Trattato di esiguità

Trattato
di esiguità

Gemone di Velieronero d'Oltremare
Sans Terre - Alessandra Catalioti per Gemone di Velieronero d'Oltremare
Trattato di esiguità - Illustrazione di Alessandra Catalioti

alla bella Verona

Era un pomeriggio di tanto tempo fa. (Avverbio, questo, aperto come un paesaggio incontenibile).

Mio padre giocava a stecca con un mio zio acquisito: uno dei tanti del consorzio amistà.

Si vantava, l'ascendente quarantenne, con un sorriso un po' nascosto dalla barba fluente, di aver appreso, in caserma, a Padova, l'arte della palla in buca. (Già sapevo, e lo chioso, che egli assimilò l'abilità dei belligeri nel lungo periodo in cui nutrì il suo stomaco con la sbobba della mensa che manteneva&riforniva).

Ah, mio padre! Capelli lunghi. Tratti biblici. Sopraccigli che nascondevano riflessione. Occhi che si posavano su tasselli indecifrabili di chissà quanti avvenimenti che non vedevo... E poi ritornava al presente nella velocità di una levata di vento.

Rammento la mansarda in cui giocavano. Differente rispetto a quelle che più tardi avrei conosciuto, crescendo. C'era un piccolo bagno. Il bianco del lavandino. Poco movimento, didentro. Una scala a chiocciola, in acero laccato, menava dabbasso: alla svolta della parete.

Il gesso azzurro e stridulo sulla punta nera delle stecche. Il grande rettangolo da gioco, in panno. Il soffitto sbilenco e sconcio. Nessuna finestra. Solo un'apertura che dava adito all'angusto bagno.

La casa dello zio era su tre livelli. Con piccole stanze adatte per una coppia di sposi senza figli. Minuto era pure l'arredamento della cucina in pino di Svezia. C'era l'attitudine al contenimento della materia. Ricercata. Ostentata.

Niente poteva ospitare più di due persone!

Perché, allora, ci avevano invitati?... Altresì i pasticcini per l'accoglienza-ospiti erano piccoli. E c'erano anche tanti elettrodomestici. Comodità per due.

Sarebbe stato facile rompere qualcosa. Fare chiasso. Infrangere vetri dagli schiamazzii duraturi similari a quelli della contea di Lincoln messa sossopra da Billy the Kid.

Un altro pomeriggio, stavolta, più recente. Mi sdraiavo sulle panche con seduta in marmo nell'alto Colle San Pietro, a Verona. Cipressi. Cipressi. Cipressi. E passi, i miei, che mi portavano da un ricetto all'altro.

Nebbia nascondeva a sprazzi la guglia della Chiesa di Santa Anastasia. Mi muovevo senza urtare niente e nessuno mentre gli alberi si riflettevano, grigi, contro il Castello.

Mi rilassavo sentendo quasi scrostarsi l'intonaco leggero-asciutto-poroso dall'edificio militare.

E l'Adige, sotto, proseguiva la sua fuga lanciando OM ai pellegrini del piacevole.

...Verso le 17.00 del pomeriggio mi veniva a trovare Camilla.

«Dai, alzati: è tardi». Lei.

«Va bene, ma non scaldarti; t'aspettavo».

Eravamo attesi in un'ala del castello. Raggiungemmo il dove dell'appuntamento.

Cesare Lombroso era alla scrivania che decorava, con minuzia pedantesca, la maschera funebre di un ladro. Appena ci scorse:

«Sedetevi, cari. Tra un po' sarò con voi... Ah, - guardandoci di là dalle lenti tonde - sapete che in città le cose non son cambiate dal mio ritorno da Torino: gli abitanti del nostro sferoide pianeta si chiamano sempre veronesi!»

(Velocemente, la ospite): «Mi avevano offerto, Professore, di lavorare gratuitamente per una rivista locale. Ma ho rifiutato. Ed io ho bisogno di nutrire i miei capelli con tanti prodotti di bellezza, sennò mi sentirei meno donna. Io che sono così bella, non potrei mai rinunciare ai miei fluidi medicamentosi... Manco alle banconote».

«Signorina, ai miei tempi, rinunziavamo anche a pettinarci in asservimento del Positivismo. Ora, invece, quello che facciamo, noi dotti luminari, si riduce a teorie famose come i musicisti di New Orleans che alla fine non conosce nessuno».

«Importanti son pure le minigonne laterali di un'auto. La sua cilindrata. Gli ammortizzatori a controllo elettrico,» aggiunsi.

«Professore, lei che conosce la fisiognomica, con delle misurazioni antropometriche, non potrebbe classificarlo come uno scemo?»

(Camilla era bella. Occhi intelligenti. Capelli ricci, folti e lunghi. Bel sedere. Belle gambe. Seno assente, era come se l'avessero stirata laddove dovevano vedersi dolci colline. E lo corredo con i sopraccigli aggrondati per il rincrescimento).

«Che vuoi che m'interessi?» Con fare calunnioso. «Pensate alla mia scultura nei giardini di San Giorgio bersagliata dai piccioni. Manco una pensilina a tettuccio come quella costruita per il troiano Antenore - a Patavium. Vergogna! E che dire del cappuccio rosso della torre che aduna?»

«Avevo una ragazza che amava i piccioni,» io.

«Quando vado a leggere il giornale al Mazzanti, li accoppo con un colpo ben assestato di notizie».

(Camilla, suscettibile): «Ma lei è un mostro!»

«No, sono uno psichiatra e studio il cretinismo... e altro...» muovendo braccio ed indice.

Si sollevò dalla comoda poltrona. Fece qualche passo verso il fondo della stanza in penombra. Raccolse dei libri da un tavolino d'appoggio e li rassettò nella scansia. Poi aperse la porta a modanature impresse dalla quale eravamo entrati; e chiamò la domestica per servire il caffè. Ci accomodammo in un divanetto in velluto di seta verde di gusto retour Egypte.

«Da molto, ha fatto rientro?» avanzai.

«Non da tanto. Eppure vedo poche novità. Le terapie avverse al cancro sono sempre le stesse, chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Il Mezzogiorno è sempre abbandonato a sé. La meritocrazia è umiliata da individui senza arte né parte capricciosi come l'Eros di Goethe... C'è esiguità».

«Quali sarebbero le novità?»

«In città pullulano statuette in resina di Giulietta e Romeo. Al di fuori delle mura comunali ci sono: navi, governate da comandanti pazzoidi, che fanno l'inchino a pochi passi dai palazzi veneziani; attori che diventano governatori; ragazzini che sparano ai propri insegnanti nei college americani; intercettazioni satellitari che tagliano di netto gli alberi della libertà napoleonici. Eccetera».

«Si direbbe una società surreale. Ma anche lei ha cullato aspetti assurdi del suo passato: mi riferisco alla frenologia; e asserire che un criminale nasca tale è una scipitaggine,» la gettò lì Camilla infervorata. Come si getta un mazzo di chiavi sul credenzino dell'ingresso.

«Signorina, lasci la scienza agli scienziati. Si risparmi. Non può credere di offendermi, nonostante sia acetoso il tono col quale mi accusa; prima di lei ho dovuto schivare le invettive di colleghi e non. Continuo: meglio potrebbe arrivare alla farsa accennando alla fossa occipitale mediana; se ciò l'appaga. E sia quel che deve essere».

Silenzio. Entrò la domestica. Caffè. Pausa. Prima d'andarsene aprì i vetri per fare entrare più luce ed aria: ubbidendo ad una richiesta del suo padrone.

(Riallacciando la propria condizione severa):

«De gustibus non disputandum est. Spesso, la nuova genìa, crede di ottenere credendo che nel lontano West ci siano ancora terreni da scoprire e da recintare in nome de l'ho visto prima io».

«Ehm... Non vorrei avervi insultato, professore. Certe volte è come se pensassi a voce alta, al contrario parlo. Le assicuro che non ho una Colt 45 pronta per la costa occidentale».

Uscimmo fuori, all'aria aperta. Lasciando la semioscurità e l'angustia dell'appartamento dello zio. Mi sentivo me stesso. Capace di cavarmela con i miei mezzi. Sereno.

Era ora di ritornare in Via Mazzini. (La prima volta che la vidi la paragonai al corridoio di una bella casa costellato di ammoniti). Ci congedammo da Lombroso, brontolone: che andò a sedere nel suo piedistallo.

Discendemmo le scalinate. Nel cielo veleggiavano delle nuvole che, ogni tanto, i cipressi cimaioli ostacolavano come un sacco di plastica che la corrente abbatte contro il pilastro di un pontile imbarcadero.

Lo spinozismo verde era nell'aria. Nessuno parlava più. ★

Agosto, 2013