Turistikando

Turistikando

Il direttore di un negozio di una certa importanza, che stava in una città anch’essa di una certa importanza, conosceva personalmente quasi tutti i suoi clienti. Anche quelli stranieri. Di loro (quasi tutti) si ricordava persino i nomi, e di alcuni era addirittura diventato amico, tanto che ogni anno, quando tornavano, andavano a cena assieme in qualche bel posto, aprivano bottiglie di champagne, e finivano allegramente la serata in qualche night club.

Turisti britannici a Roma durante il Gran Tour (1750, James Russel, olio su tela, fonte wikimedia).

Questo accadeva una cinquantina di anni fa. Ed era possibile solamente per il fatto che il turismo che c’era, era solo di élite, come veniva chiamato, e non era ancora nato il turismo definito di massa. Viaggiare, insomma, era riservato a pochi. Pochi benestanti, s’intende.

Poi il mondo, come sapete, è cambiato. E abbastanza rapidamente. In ogni parte del globo terracqueo sono arrivati, e spesso a frotte, turisti che prima non arrivavano. O perché non potevano uscire dai loro paesi per motivi politici, o perché non avevano abbastanza denaro per farlo. Così anche i popoli dell’est sono usciti dalle loro frontiere per diventare turisti. Sono arrivati i russi e i cinesi. E molti altri: di più, di più, sempre di più. Prendere un aereo, che cinquant’anni fa era un evento, oggi è diventato normale come prendere un tram.

Probabilmente è giusto così. È giusto che tutti, e non solo i ricchi, possano andare in vacanza, viaggiare, e vedere le meraviglie del mondo. Però c’è un però: le meraviglie del mondo rischiano di venir stravolte e rovinate dai troppi (e spesso ignoranti e maleducati) turisti.

Non a caso, qua e là, cominciano a scoppiare rivolte contro l’invasione eccessiva di turisti. Soprattutto nei paradisi naturali e nelle città d’arte.

«Basta turisti, non mandatecene più», supplicano gli abitanti di Kailua — una delle isole più belle e incontaminate dell’arcipelago delle Hawaii, la preferita da Barak Obama per le sue vacanze — i quali non riescono più a trovare case per abitare nella loro isola a causa dell’aumento dei prezzi dovuto a una domanda turistica eccessiva.

Anche la vivacissima, accogliente e tollerante Berlino ha iniziato una campagna contro il turismo che è cresciuto del trecento per cento negli ultimi dieci anni, e ha sì portato denaro ma anche molti guai, come — anche lì — l’aumento dei prezzi delle case e l’espulsione dei residenti.

Per non parlare di Venezia, che con i suoi venticinque milioni di turisti l’anno guida la classifica delle città più visitate al mondo, e che anche per questo motivo negli ultimi cinquant’anni ha visto dimezzata la sua popolazione, che nel centro storico è scesa alla soglia più bassa della sua storia: 57mila abitanti.

Tutto questo per dire che se è vero che il mondo è cambiato, e oggi tutti vanno turistikando dappertutto, non può però essere vero che questi fenomeni vengano soltanto subiti e non si tenti, neanche un po’, di governarli.

A Berlino (i tedeschi, si sa, sono più seri), ci stanno provando, con leggi dello Stato, che impediscono la costruzione e l’apertura di nuovi alberghi. E ci sono anche altri sistemi: stabilire un tetto massimo giornaliero di ingressi in città. Programmare i giorni di visita del turismo organizzato, che oggi è quello maggioritario. Far pagare un ticket di accesso. Decentrare gli eventi nel territorio. Regolamentare, mettendo un tetto, la vendita di case e di negozi agli stranieri. Stabilire un diritto di prelazione per i residenti. Proteggere, con strumenti normativi, le attività economiche tradizionali.

Volendo, insomma, si potrebbero anche arginare i guasti del turismo di massa, pur conservandone i benefici economici. Il problema è che servirebbero governanti capaci di farlo. ★

Dicembre, 2013