Tutta l'oppressione della convenzione

Tutta l'oppressione
della convenzione

La tragicomica  Operetta Burlesca di Emma Dante

Francesca Federica Fattorini

Formatasi all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ammaliata poi dai teatri d’avanguardia, Emma Dante ha trovato il suo stilema in una miscela evocativa di molti linguaggi del teatro-danza: da Tadeusz Kantor a Pina Bausch e del cinema da Fellini a Bob Fosse, ideando spettacoli teatrali e lirici in chiave surreale con note di brio e di tragicomicità. Fare teatro come metafora della realtà e denuncia sociale.

Scena da Operetta Burlesca di Emma Dante.

ROMA – Tutto l’immaginario di Emma Dante invade il palcoscenico fin dalla prima scena. Musica, ritmo, colore, luci, costumi e tante scarpe décolleté sul boccascena. Tutti i personaggi e il loro doppio sono in scena in una parata che preannuncia una pièce piena di vitalità e di tematiche complesse. Emma Dante, regista e autrice del testo, racconta una storia di diversità e di amore omosessuale. In verità l’omosessualità è solo la punta di un iceberg per parlare di relazioni familiari difficili, d’incomunicabilità, di pregiudizi e ipocrisia sociale, di solitudine e identità sessuale. Al centro una storia d’amore.

Come generalmente accade nei suoi lavori, la latitudine di riferimento è il Sud. La sua compagnia Costa Sud Occidentale formatasi nel 1999 ha come sede Palermo, la città natale della Dante. Il training dei suoi attori è un lungo periodo di laboratorio, che precede la messa in scena, per dimenticare le convenzioni dell’arte teatrale acquisite in Accademia e poter rileggere la propria funzione attoriale. «Lo spettacolo è solo il punto di arrivo di una reinterpretazione paradossale della realtà che diventa linguaggio – dice la Dante – in cui il segno non è il messaggio, la mappa non è il territorio. Uno spettacolo è un “teorema della menzogna” dove un segno è usato per mentire, per giocare, è un’espressione del paradosso del bugiardo: “Ciò che sto facendo non è ciò che sto facendo”. Non amo gli attori che sanno recitare né gli artisti che si identificano con la loro idea di fare arte. Gioco col teatro come se mi giocassi la vita! Il valore più grande che ha per me un gesto artistico è l’offerta della propria miseria e della propria dignità».

In  Operetta Burlesca la drammaticità delle realtà opprimenti e retrograde del sud d’Italia vengono snocciolate attraverso il personaggio di Pietro, un quarantenne della provincia napoletana che lavora con il padre alla pompa di benzina. Si sente donna in un corpo di uomo e vive la frustrazione di non poter esprimere liberamente la sua identità e la sua vocazione come estetista. Pietro non è un femminiello napoletano, è un sopravvissuto alla violenza psicologica della famiglia che non lo accetta come è.

Pietro, interpretato da Carmine Maringola, s’innamora di un uomo, il danzatore Roberto Galbo, che dice di amarlo. È finalmente pronto a lasciare la provincia-prigione e i suoi genitori per lui. Ma questi è sposato, vuole rimanere clandestino e non rinunciare alla sua famiglia di facciata. Di fronte all’insistenza di Pietro l’uomo lo lascia. Deluso e abbandonato, fallito il suo sogno d’amore, falliti i suoi progetti di libertà, è un essere incompreso e ferito. Pietro non è un fenomeno da baraccone, ma uno di noi piegato e costretto da un ordine sociale predefinito.

Anima docile e delicata, Pietro si rifugia in un mondo parallelo fatto di abiti, parrucche, collane e civetterie da avanspettacolo che vive riflesso nella danza sensuale di Viola Caringi.

La scena è dominata e delimitata da quattro bambole gonfiabili sospese e progressivamente denudate man mano che Pietro traveste la sua nudità e la sua identità, spogliato di fatto da ogni possibilità di riscatto e soggiogato dal grande ventre corpulento del padre/madre, il doppio ruolo interpretato da Francesco Guida.

Ottobre, 2015