Un mondo sbagliato

Un mondo
sbagliato

Vittime di una cultura alienata dalla natura

Enrico Caine

L’atteggiamento di spazientita o divertita sufficienza con il quale la stragrande maggioranza degli umani liquida chi propone estensioni di fondamentali diritti anche agli animali, fa venire alla mente quello analogo che, ancora nell’ottocento, avevano i civilissimi parlamentari inglesi di fronte alla prospettiva che l’esercizio del diritto di voto venisse esteso, udite bene, anche alle donne.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto, La strage degli innocenti (1582-87, olio su tela, 422 x 546 cm, Scuola Grande di San Rocco, Venezia, fonte: wga.hu).

Tra le infinite battute di scherno e incredulità ci fu chi esclamò: «Di questo passo dovremmo riconoscerlo anche ai cavalli!». Che risate. Risate che durarono fino al 1928, anno in cui vi fu il primo suffragio universale femminile (In Italia si dovrà aspettare il 1945). Per non parlare poi delle spanciate dal ridere che si facevano quelli ai quali qualcuno prospettava la fine della schiavitù, osservando che appariva piuttosto evidente che quei poveracci in catene, pur così selvaggi e volgarmente abbronzati, sembravano anch’essi capaci di provare gioia e dolore, amore e odio, e dio sa quanti altri sentimenti. Da morir dal ridere. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo vietò la schiavitù in tutte le sue forme nel 1948. Il che non vuole dire che essa sia stata sradicata, come è noto.

Spesso cerco di scoprire da dove provenga la compassione verso gli animali, quale sia la sua natura, il suo senso in un mondo dominato dall’umana sopraffazione. In molti sgorga da esperienze traumatiche, quali la casuale visita ad un luogo di orrore come un macello, o più difficilmente (quasi impossibile accedervi per i non addetti) di un laboratorio di sperimentazione-tortura animale, ad altri in conseguenza della lettura di un libro o della visione di un filmato, che descriva quanto in basso possa cadere l’umana dignità. In altri ancora per aver semplicemente avuto e amato un animale in casa, spesso un cane, magari bastardo e pulcioso, dal quale ha potuto presto imparare quanto potente sia l’effetto di potersi sentire destinatario di una totale, esclusiva, incommensurabile dedizione e di un incondizionato e disinteressato amore. In altri ancora, in forza di una naturale empatia, conservata intatta dall’età dell’incoscienza/innocenza, con il resto del vivente. Naturale empatia che ogni umano ha in dono alla nascita, durante la magica fase di interazione con la natura, la propria e quella circostante, nello stato puramente animale dell’esistere e durante la quale l’animale uomo scopre se stesso, la sua magnifica condizione di essere senziente, sensibile e cosciente, pronto e adatto ad uno sviluppo secondo le leggi di una stupefacente casualità che lo lega indissolubilmente al resto dell’universo.

È durante quel periodo che tra il cucciolo d’uomo e gli altri fratelli animali si compie il miracolo della condivisione di una coscienza universale di appartenenza, di un linguaggio primordiale e ancestrale, dei doni della vita, con le sue sorprendenti manifestazioni di piacere e dolore, di sensazioni ed emozioni, di inebriante gioia di esistere. Uno stato di grazia in cui quella cosa vivente chiamata uomo acquista la consapevolezza della sua suprema e selvaggia animalità, frutto di un instancabile adattamento evolutivo che ben sarebbe adatto a garantirne una adeguata sopravvivenza in un libero stato di natura. Animalità e istinti che al contrario, verranno rapidamente repressi, addomesticati ed incanalati in una rigido sistema di prescrizioni, obblighi e privazioni presto generanti sensi di colpa, frustrazioni, stati depressivi e di alienazione camuffati da un logoro senso di appartenenza alla dominante umana società civile ma in realtà sedati da una compulsiva necessità di produrre, per soddisfare apparenti bisogni principalmente inesistenti, falsi od effimeri, dal prêt-à-porter agli smartphone.

L’uomo è la sola creatura che si rifiuta di essere ciò che è, scriveva Camus ne L’uomo in rivolta e osservando il nostro modus vivendi pare impossibile dargli torto. In tempi più recenti, l’avvocato e scrittore americano Jim Mason, nel suo Un mondo sbagliato (titolo originale: Un Unnatural Order: The Roots of Our Destruction of Nature, Ed. Lantern Book 2005) analizza le radici storiche e culturali della credenza occidentale secondo la quale (sintetizzo): Dio avrebbe conferito all’uomo il dominio assoluto sull’intero creato riducendo in schiavitù gli animali e lacerando pertanto il senso di fratellanza che esso ha da sempre provato nei confronti degli altri animali, permettendo in tal modo la nascita di una cultura alienata dalla natura. Un mondo sbagliato, quindi. Un mondo nel quale ci ritroviamo in conseguenza dell’adozione di comportamenti che nel corso dei millenni ci hanno portato a tradire la nostra essenza animale, biologica e spirituale, a distruggere l’armonia di un habitat e della sua stupefacente bio-diversità, in nome di un inarrestabile progresso la cui definizione ha ormai perduto ogni ragionevole significato. Scrive Edgar Morin nel suo La vita della vita (Feltrinelli, 1987) : «Come è ridicolo l’ego-centrismo che ci fa credere di essere il centro del mondo. Quanta follia nell’auto-trascendenza che ci pone al di sopra degli altri esseri. Quanta commedia in questa esistenza, in cui ognuno recita la sua parte ed è recitato da essa, tra imbrogli e fraintendiment». Ridicolo, appunto e tragicomico.

Pasqua è appena trascorsa e le tavole degli Italiani grondano ancora del sangue dei cuccioli di pecora: sentiamo Guido Ceronetti al riguardo: «Credo che una società capace di festeggiare una data religiosa massacrando a milioni agnelli non debba stupirsi che le siano strappati bambini per immolarli (riferendosi in generale alla violenza sui bambini). Agnello e bambino sono correlati. In ogni agnello portato ai macelli puoi vedere la faccia del tuo bambino e nella faccia di ogni bambino gli occhi di stupore e di paura dell’agnello che sta per essere ucciso». Continua Ceronetti: «Siate diversi, sostanzialmente diversi da come vi vogliono, da come vi fanno essere! E per esserlo infallibilmente, bisogna cominciare dal nutrimento, tutto è lì. Il vegetarianismo familiare è un'incrinatura sensibile dell'uniformità sociale, una piccola porta chiusa al male, in questa universale condanna a essere tutti uguali a servirlo». (da: aforismi.meglio.it).

Concludo con un brano tratto dalla postfazione del romanzo filosofico-animalista dell’amico Paolo Ricci, L’Assassino cherubico (Edizioni Simple, 2012): «Solo un tipo di violenza è giustificato, quello dell'oppresso verso l'oppressore, e solo quando tutte le altre opzioni sono esaurite. Lo ripeto per chiarezza: solo quando tutte le altre opzioni sono esaurite. E se l'oppresso non è in grado di difendersi, allora, un giorno, qualcun altro lo farà. Qualcuno un giorno prenderà le armi per difendere gli ultimi della terra, gli animali, e lo farà in questo secolo. E vendicherà tutti i deboli – umani o non umani – sopraffatti dalla violenza». ★

Aprile, 2013