Un processo irreversibile

Un processo irreversibile

Invito al voto europeo

Luca Colferai

Vorrebbero farci credere che stiamo andando a votare pro o contro il nostro governo. La patetica triade italica che si arrabatta tra televisioni e giornali per contendersi i nostri voti (o i nostri non voti) nasconde con astuzia la cosa più importante. Domenica 24 maggio si vota in Europa per eleggere un nuovo parlamento europeo. Per la prima volta la presidenza della Commissione europea dipenderà anche dai risultati delle elezioni. E non solo dalla mediazione al ribasso delle ambizioni dei governi europei. Per la prima volta l'elettore europeo influisce sul risultato.

L'Europa geografica (fonte wikipedia).

Scusate la lezione, ma visto che la nostra opinione è ininfluente, tanto vale andare per esteso. Il processo di unificazione europea è un processo inesorabile e irreversibile. Può essere contrastato ideologicamente e materialmente. Può essere rallentato, fermato, interrotto. Ma alla fine, si tratti di decenni o di secoli, gli stati europei faranno la stessa fine degli staterelli bizzarri e inutili che impestavano Italia e Germania (per fare due esempi interessanti) fino all'ottocento.

La libera circolazione delle merci, delle persone, delle idee e delle emozioni è il lubrificante indispensabile alla crescita e al progresso; vi si possono ergere barriere e impedimenti, ma come la storia insegna, alla fine non c'è niente da fare. Bene o male (spesso più male che bene) le barriere crollano e gli stati si fondono.

D'altronde l'insipienza e l'inutilità dei governi delle nazioni europee è evidente a tutti, governanti compresi e tra i primi. Le decisioni importanti e anche quelle secondarie, vengono prese altrove. Nei casi migliori è il consiglio d'Europa, nei peggiori sono i consigli d'amministrazione delle banche. Noi italiani abbiamo il privilegio di aver vissuto in questi ultimi due tre anni l'evidenza della superficialità del governo nazionale.

Prima l'inettitudine plateale di Silvio Papi Berlusconi ad affrontare la crisi. Affranto com'era dai propri problemi d'ogni genere (dalle gonadi ai tribunali) ignorava completamente il fatto che l'Italia non è più sola nel mondo e ci ha portato allegramente sull'orlo dell'abisso. Poi la tecnocratica ipocrisia dei professori di Mario Monti ha dimostrato come, per mettere in ordine il disastro rapidamente, l'unico modo fosse seguire ciecamente gli ordini dei più potenti e punire gli imponenti (cioè noi) per guai di cui non sono (non siamo) affatto responsabili. Ora il populismo frenetico di Matteo Renzi si scontra duramente con il fatto che non si possono eludere i vincoli sovranazionali nonostante tutta la migliore buona volontà (e che per esempio gli aerei da caccia costosissimi bisogna comprarli lo stesso).

Se ci siamo arrivati noi a capirlo, figuriamoci loro: i governi nazionali europei sono ormai marginali. E la commissione europa, per com'è finora strutturata è solo un luogo dove gli interessi di questi governi marginali si incontrano e prendono vita solo nel maggior compromesso possibile, che è quasi sempre il minor risultato possibile. Con il risultato che alla fine chi detta le regole è sempre il più forte, e spesso non è nemmeno un governo (ma un consiglio d'amministrazione o un gruppo d'interessi).

Nessuno però vuole perdere il suo potere, anche se marginale. E la cosa più importante di questa elezione europea viene taciuta. Silvio Papi Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo e gli altri comprimari, comparse e caratteristi, non parlano del futuro dell'Europa, ma del passato dell'Italia. Nessuno dice (o forse noi non l'abbiamo mai sentito dire, ma è lo stesso) che il parlamento europeo questa volta avrà voce in capitolo nell'elezione del commissario europeo. Non è granché: ma è già qualcosa. E il fatto che non ne parlino significa che è una piccola cosa molto grande.

Tre prospettive si aprono. Noi le vediamo così. Se nel parlamento d'Europa prevarrà la destra tecnocratica burocratica bancaria ci aspettano anni di rigore e lotta di classe (dei ricchi contro la borghesia media piccola, e il neoproletariato consumista) vestiti da necessità inderogabili di bilancio. Se prevarrà la sinistra populista blandamente progressista e molto narcisista ci aspettano forse anni di pillole amarissime ma almeno dorate in cui — si spera vivamente — la lotta di classe dei ricchi contro i poveri (in atto dal primo governo Margaret Thatcher in tutto il mondo occidentale) verrà almeno temporaneamente attenuata. Se invece prevarranno i beceri antieuropeisti nazionalisti sarà una pacchia per tutti i consigli d'amministrazione, i gruppi d'interesse, i governi dei paesi più forti, che nello sbando demente del parlamento europeo potranno gestire impunemente a loro vantaggio le politiche continentali.

In ogni caso, è un passo verso un mutamento profondo e radicale del sistema di potere degli stati europei: finalmente il cittadini d'Europa eleggono il governo dell'Europa, e non lo subiscono. Perdonate quindi infine l'enfasi esortativa: andate a votare, pensate al futuro e non al passato.

Maggio, 2014