Una gita al museo

Una gita
al museo

Domenica scorsa io (Andrea Silvestri, anche no) e il Mauri (Maurizio Vianello, momentaneamente a Rialto a fare le spese) siamo andati in gita al museo Correr, in Piazza San Marco, appunto a Venezia. Secondo il Mauri era un'occasione imperdibile per rinfrescare le nostre conoscenze (so che non dovrei usare una parola così importante, ma comunque) sulla storia millenaria della serenissima di cui siamo fieramente aborigeni. Approfittando anche del fatto che i nativi non pagano il biglietto, cosa che — per chi nel sangue scorre sangue lagunare — è sempre da tenere in conto.

Due dei globi celesti e terrestri costruiti da Vicenzo Coronelli, visibili al Museo Correr (fonte correr.visitmuve.it).

E così, con il Mauri come sprone, guida e mentore (che dopo dite che questa rubrica settimanale non è tenuta bene, linguisticamente parlando, intendo) ci siamo inerpicati dentro delle sale del museo passando ovviamente prima per tutta la zona che Napoleone Bonaparte fece abbattendo edifici preesistenti che forse era meglio di no, ma ormai comunque adesso ci sono le procuratie nuovissime e prima c'era la chiesa di san Geminiano. Già qui al Mauri incominciavano a venirgli le fumane al pensiero di Napoleone. E il suo volto (quello del Mauri non quello della buonanima imperatore) passava mutevolmente colore da un terreo pallore innaturale a un viola purpureo, passando per un rosso infiammato, al pensiero della Caduta e del boduàr dell'imperatrice che per dargli la vista del panorama abbatterono gli antichi granai.

Sì, lo so, ma che ci posso fare: il Mauri è fatto così. E ogni ricorso alla ragione è vano. A nulla vale insistere sulla pavida neghittosità degli ultimi patrizi plutocrati, alle fandonie di cui si riempirono i cervelli i viventi di quegli ultimi anni. Comunque il Mauri si è tirato su quando siamo penetrati finalmente nelle sale che illustrano le passate gloria potenza ricchezza saggezza della Repubblica. Ci sono stati due momenti di trasfigurazione del Mauri: uno inevitabile nella sala dedicata alla battaglia di Lepanto; l'altro, a sorpresa, già subito di fronte ai globi del Coronelli, geografo francescano che a cavallo del Settecento disegnava mappamondi. Oggi antichi e quasi illeggibili, ma un tempo avanzatissimi.

Però poi, mentre avanzavamo dentro delle sale, ci siamo accorti che da distante proveniva un intenso rumore di folla. Grida, risate, imprecazioni, rumori di stoviglie, trombe, tamburi. «Oddio!» ho detto subito al Mauri: «Non sarà mica che al museo Correr abbiano messo una sala con il video della Compagnia de Calza I Antichi, loro e i loro scherzi?» «Mi par impossibile» ha subito risposto il Mauri «va ben storia di Venezia, ma sarebbe esagerato!» Come che sia, Antichi o non antichi, siamo proceduti avanti tra le sale poco illuminate con gioielli bellissimi antichi, tipo stoviglie, orologi e altre cose di squisita fattura che però un po' allo scuro si vedono poco («si capisce che la luce li rovina» ha spiegato il Mauri) un po' che tutto quel rumore di gente gozzovigliante distraeva tantissimo dall'osservare gli oggetti esposti.

Quando che siamo finalmente giunti nella sala dove si teneva questo consesso rumorosissimo ci siamo accorti che non era una riproduzione tipo quadro vivente di qualche festa storica de I Antichi, ma no: era una installazione d'arte cubana. Dei cesti di vimini con dentro delle tavolette elettroniche e della gente ripresa e riprodotta dentro che faceva ognuna delle sue cose diverse ripetute all'infinito, ma tutto gridando tantissimo. E questi cesti erano in mezzo della sala e si vedeva che non ci entravano niente con tutto il resto, ma secondo il Mauri era meglio trattenere l'indignazione per non dimostrare ancora una volta la nostra ignoranza, soprattutto perché l'installazione faceva parte della Biennale d'Arte di Venezia, e quindi indiscutibile.

Peccato per voi, perché se andate adesso al Museo Correr, non ci trovate più l'installazione cubana, che continuava dentro di tutte le altre sale con oggetti di inarrivabile incongruità, molti dei quali anche rumorosi. Infatti il giorno dopo hanno cominciato a sbaraccare tutto, persino una serie di cubi e altri solidi più o meno regolari che infestavano le bellissime sale sopra della Biblioteca Marciana, che ci era scritto solidi platonici e siccome né io né il Mauri sapevamo cosa fossero i solidi platonici, quando siamo usciti ho subito telefonato a Colferai e gliel'ho chiesto e lui mi ha detto: «dei solidi regolari con le facce tutte uguali, tipo quadrati, triangoli equilateri, pentagoni; sono solo cinque e piacciono tantissimo ai ragazzini di terza media, se ancora studiano la geometria solida a scuola. Perché? Qualcuno ha avuto il coraggio di farci una mostra?».

Aggiungo in fine qui che il Mauri è tornato mogio mogio: perché metà del museo è occupata dalla collezione archeologica. «Che a me mica mi interessa niente di tutti questi pezzi di statue rotte degli antichi romani» ha commentato d'istinto. E perché tutto il resto delle cose veneziane è ammassato in penombra dentro di stanzette in fila come tanti disbrighi della servitù, persino la mappa della città del cinquecento a volo d'uccello stampata grande grande che non si vede niente né della mappa né delle matrici e invece una volta (quando andavo al liceo classico) si vedeva benissimo. E insomma, alla fine ci sembrava che la millenaria storia di Venezia fosse durata solo un paio di secoli, e neanche tanto luminosi. Così abbiamo pensato a come dovevano girargli i globi a Coronelli e per smettere di farci girare i nostri (di globi: contemporanei e tanto più piccolini) siamo andati in sottoportego della Bissa a mangiare una serie di mozzarelle in carrozza con l'acciuga. Ma niente spritz, stavolta: solo birre medie! ★

Novembre, 2013