Una mirabolante avventura del Barone di Munchausen nell'harem del Gran Sultano di Costantinopoli

Una mirabolante avventura
del Barone di Munchausen
nell'harem del Gran Sultano
di Costantinopoli

Renzo Oliva

Nota dei Redattori: Le pagine che seguono furono espunte molto tempo fa dalle Avventure di mare del Barone di Munchausen da parte di censori preoccupati di combattere la diffusione di scritti, che — a loro giudizio — avrebbero potuto offendere la sensibilità di tante giovani anime innocenti, o addirittura traviarle, minando le fondamenta della loro moralità.

Gustave Doré, Il barone di Münchausen (fonte wikimedia.commons.org).

Le medesime pagine furono però salvate e tramandate ai posteri grazie all’avviso diverso di persone per le quali ogni forma di censura rappresenta una sorta di castrazione della creatività umana, e per le quali le «giovani anime innocenti» in parola, se avessero ricevuto una sana educazione, dovrebbero avere inculcati in se stesse i criteri per giudicare correttamente i prodotti dell’arte e della letteratura e, se del caso, trovare i necessari antidoti contro eventuali perniciose influenze.

Si segnala infine che alcune pagine del manoscritto furono esposte alle ingiurie del tempo e della precaria conservazione. I redattori, nel decifrare il manoscritto danneggiato, si sono sforzati di farlo con la massima accuratezza. È ammissibile, peraltro, che in alcuni passi, i risultati di tali sforzi possano peccare di una certa approssimazione.

I redattori, se così fosse, chiedono umilmente venia.

* * *

Il Gran Sultano di Costantinopoli, in segno di gratitudine per la felice conclusione, grazie al mio intervento, di un affare di natura segreta al Cairo, mi accolse letteralmente a braccia aperte.

Fui ricevuto a corte con gli onori riservati alle massime autorità straniere e agli ambasciatori dei paesi più importanti: nella sala del trono, illuminata da mille candelabri e sfavillante per l’oro degli ornamenti, fui fatto sedere su un cuscino di seta preziosamente ricamato proprio di fronte al monarca. Il Gran Sultano, in un tono solenne, pronunciò un lungo discorso, in cui si compiacque di lodare altissimamente i miei meriti e allo stesso tempo invitò i funzionari presenti, i suoi sudditi, a prodigarmi tutte le attenzioni che la mia persona meritava. Inoltre, tramite uno dei paggi, che aveva la grazia di un angelo, mi fece consegnare uno scrigno ricolmo di zecchini d’oro.

Terminata la cerimonia, il Gran Sultano, con un’aria quasi cameratesca, si offrì di farmi visitare il Serraglio. Ringraziai calorosamente, aggiungendo che sarebbe stato per me un grande onore visitare una delle più grandi meraviglie del mondo, e che non avrei mancato di farne parola alla Regina di Inghilterra o all’Imperatrice di Tutte le Russie la prossima volta che avrei avuto occasione di prendere un tè con loro.

La visita durò un paio d’ore. Passammo in rivista cose mirabili e portentose che mi lasciavano continuamente a bocca aperta. Ogni tanto qualche servitore ci rifocillava con dolcetti deliziosi e con tazzine di bevande aromatiche. La visita si concluse quando la giornata volgeva al termine. Il Gran Sultano disse di essere molto stanco per tutti gli affari di stato che aveva dovuto sbrigare nel corso della giornata e di anelare a un meritato riposo.

Quanto a me, considerato che avevo trascorso gli ultimi mesi in viaggi affaticanti e in compagnia di rozzi marinai, mi propose di trascorrere la nottata, e di rilassarmi a mio piacimento, nel suo gineceo. Non feci in tempo a profferire una risposta che il generoso anfitrione mi aveva già introdotto in un salone protetto da una doppia porta, rafforzata da vistose bandelle di ferro.

Entrando, fummo investiti dal chiasso, dall’animazione di un mercato: una folla di donne chiacchierava, gesticolava, si muoveva... Ma non appena si profilò la figura del Gran Sultano, quel movimento si congelò, le donne ammutolirono, divennero immobili come statue: nel silenzio sopravvenuto si sarebbe potuto distinguere il volo di una mosca.

Il Gran Sultano, sorridendo benignamente, invitò le donne a riprendere le loro occupazioni, a non fare a caso a noi. Poi, rivolto a me, ma a voce alta, in modo che tutte udissero, scandì:

— Barone, questo è il mio omaggio. Mi farà piacere se questa notte vorrete prendere il vostro diletto in compagnia di queste sacerdotesse dell’amore. Vi assicuro che non ve ne pentirete!

Emozionato da quella offerta, ma intimorito da quei mille occhi curiosi, riuscii a balbettare solo qualche parola di ringraziamento.

Quindi il Gran Sultano si diresse verso la sua camera da letto. Un paio di giovani concubine fecero l’atto di volerlo seguire, ma lui, con un gesto risoluto della mano, le fermò, lasciando intendere che preferiva dormire da solo.

Quando la porta si richiuse, un nuovo profondo silenzio calò sul salone. In mezzo a quella folla di donne, il cui numero stimai aggirarsi intorno alla cinquantina, io me ne stavo in piedi, intimorito, imbarazzato, incerto. Mi sentivo proprio come un agnello in una gabbia di leonesse!

Ciò che passava per la mia mente doveva, probabilmente, riflettersi anche sull’espressione del mio volto, tant'è vero che trovò un’eco compassionevole nei cuori di quelle sensibili nature. Ben presto, infatti, quella moltitudine di statue si rimise in lieve movimento, ruppe il silenzio con da sussurri e risatine, e cautamente cominciò ad avvicinarsi alla mia persona.

In breve mi ritrovai circondato: mille occhi curiosi, ma ora benevolenti, mi esplorarono da capo a piedi. Qualche mano gentile si azzardò persino a sfiorare i miei capelli, a darmi una carezza sulle orecchie, un pizzicotto sui muscoli degli avambracci...

Per parte mia, cercai di studiarle, anche nell'intento di individuare le più belle e prestanti da eleggere per il mio consentito diletto. Mi avvidi allora che in quella cinquantina di donne, avvolte solamente da veli diafani e immateriali, che ne rivelavano le provocanti fattezze o che mitigavano appena lo spettacolo impietoso del disfacimento delle forme, erano rappresentate quasi tutte le età: dalle giovanissime, quasi bambine, ancora in procinto di sbocciare, alle donne mature, che già forse avevano procreato gli eredi necessari alla dinastia, a donne anziane, già con un piede nella tomba. Come mai, mi chiesi, in un harem tanto illustre c’era posto per amanti così vecchie e decrepite? Forse, opinai, quelle megere erano state amanti meritorie del padre del presente Gran Sultano, o forse, in qualità di maestre d’amore, avevano il compito di iniziare le giovani e inesperte alle arti amatorie. Chissà...

Non conoscendo l’etichetta di corte, ritenni opportuno, per il momento, non intraprendere alcuna offensiva: le tattiche attendistiche talora pagano maggiori dividendi. La mia passività, infatti, di lì a poco ebbe i suoi effetti: due donne, probabilmente le più anziane del gruppo, a giudicare dalle mammelle cadenti fino alla vita, si avvicinarono e mi fecero segno di seguirle. Obbedii, con molta curiosità, ma non senza qualche apprensione...

I miei timori si rivelarono infondati, allorché compresi che mi stavano conducendo all’hamam, cioè a un bagno turco. Le due vecchie (che io battezzai mentalmente le madri superiore) mi affidarono a tre o quattro robuste inservienti e si sedettero non lontano, per controllare che tutte le procedure, le abluzioni, i massaggi, ecc., fossero eseguite nel migliore dei modi.

Non appena le inservienti mi ebbero spogliato dei vestiti che indossavo, udii un ululato soffocato! Al quale seguì un sussurrare eccitato, accompagnato da gesti espressivi e occhiate significative. Persino le madri superiore, che stavano sonnecchiando su due scranne, dapprima sobbalzarono, poi si avvicinarono sgranando gli occhi.

Ebbene, miei cari lettori, sappiatelo: il motivo di cotanto stupore, di cotanta commozione, era il mio cannone. Benché fosse in stato di riposo, le sue dimensioni erano davvero imponenti. (Basterà menzionare che, precedentemente al mio viaggio a Costantinopoli, mercé sua, avevo tappato una falla nella stiva della nostra nave del diametro di circa trenta centimetri! Lo ripeto: ciò non vi sorprenderà quando vi avrò confermato che sono di discendenza olandese...).

Questo però né le inservienti, e tanto meno le madri superiore potevano saperlo: nei loro occhi si leggeva uno stupore timoroso, qualcosa tra l’ammirazione e il terrore, una totale incredulità. Dopo le abluzioni in acqua calda e fredda, venne il momento dei massaggi. Mi accomodai, passivamente, sull’apposito letto. Le inservienti, che avevano riacquistato una loro superficiale indifferenza, si misero all’opera.

Per quanto cercassi di rimanere impassibile, insensibile, tuttavia il contatto di mani femminili sul mio corpo, contatto che non avevo provato da lungo tempo, finì per provocare quello che temevo: un ingrandimento enorme del mio ordigno!

Le inservienti, dopo essersi consultate brevemente con “le madri superiori”, cessarono i loro massaggi. Mi rivestirono frettolosamente con una leggera vestaglia e mi rinviarono nell’harem.

Quando feci il mio reingresso nel salone, tutte le donne erano già al corrente della mia peculiarità. D’altronde, la leggera vestaglia faticava assai a contenere il fenomeno suddetto, anzi minacciava di cedere da un momento all’altro e di rivelarlo in tutta la sua monumentalità.

Dopo una breve fase di imbarazzo o di incertezza, l’atteggiamento delle donne si sciolse in un eccitato applauso. Molte si avvicinarono per vedere meglio o toccare con mano. E tante furono le mani, i delicati ditini, che la vestaglia, non riuscendo più a contenere la pressione interna, si aprì, lasciando balzare fuori, con un impeto festoso, il mio impudico strumento d’amore!

Altro ululato di orrore, commisto a meraviglia, altre esclamazioni eccitate, altri scongiuri, come all’apparizione di un essere infernale!

Un fatto però era ormai assodato: una volta uscito allo scoperto, una volta accesa la miccia, sarebbe stato impossibile far rientrare il mio obice in batteria... Sotto la pressione crescente del desiderio, decisi di passare all’azione. Forte della mia esperienza in passatempi, ludi virili, prodezze, partite di piacere, eccetera, proposi dei giochi, più o meno, innocenti. Poiché il mio strumento plenipotenziario — come già detto, aveva un diametro di circa trenta centimetri e una lunghezza superiore al metro, invitai un paio di donzelle, dapprima le più leggere, a sedersi a cavalcioni su di esso: le avrei portate a spasso su e giù per il salone. Il gioco piacque talmente che, alla fine, furono ben poche a rinunciare a quell’emozionante passeggiata.

Per quanto la mia tempra sia robustissima, quell’esercizio, devo ammetterlo, mi aveva stancato e poiché la giornata stava volgendo al termine, feci comprendere a tutte che un gioco è bello quando dura poco e che era tempo di finirlo.

Seguì un breve periodo di consultazione tra le donne, evidentemente il mio messaggio era stato recepito. Poco dopo le madri superiore fecero segno di seguirle, mi condussero in uno stanzino con un grande letto, e mi fecero intendere che presto avrei avuto visite.

Dopo una breve attesa, infatti, apparve la prima volontaria, una morettina dagli occhi nerissimi, lucenti di lussuria, e un corpicino da bambola. Quasi subito dovemmo renderci conto che, per quanto impellenti fossero le nostre pulsioni erotiche, non c’era possibilità alcuna di dar loro piena soddisfazione. In altre parole: nessuno dei ricettacoli della pulzella in questione aveva la capacità di alloggiare il mio ingombrante inquilino.

Dopo un certo intervallo si presentò una donna matura, la quale — probabilmente ad avviso delle più esperte — avrebbe dovuto essere assai più capace... Ma, ahimè, anche in questo caso la sproporzione tra le rispettive misure si rivelò un ostacolo insuperabile.

A quel punto si udì un bisbigliare crescente, che a poco a poco si trasformò in un vociare possente. In tutto quel vociare io colsi quello che credetti essere un nome: «Zahira!»

Le madri superiore tornarono da me e, con gesti che divenutimi ormai familiari, mi ingiunsero di seguirle. Mi condussero, attraverso un labirinto di corridoi semibui, di fronte a un’altra porta. Aprendola, mi dissero: «Zahira!». Quindi si ritirarono.

Al centro della stanza era piazzato un letto smisurato, ricoperto da un centinaio di cuscini. Appoggiata sui cuscini, in posizione reclina, scorsi una figura gigantesca di donna.

Al rumore della porta, Zahira, il donnone, schiuse gli occhi e atteggiò le labbra a un abbozzo di sorriso.

Pur nella sua enormità, il volto aveva lineamenti gradevoli: occhi neri e languidi, un naso dalla forma infantile, labbra sensuali, sormontate da una leggera peluria, una specie di baffetti. Nell’insieme, il volto aveva un che di birichino...

Senza parlare (forse era muta), Zahira sollevò pigramente una mano e mi fece cenno di venire avanti.

Obbedii docilmente, spinto anche dalla curiosità. Quando fui accanto al letto, lei con una mano alzò un velo che le copriva una mammella, e si soffermò a guardare curiosa che effetto avesse fatto su di me tale vista: una dolce collina su cui troneggiava un capezzolo enorme. Sempre a gesti e con una mimica facciale, Zahira mi invitò ad avvicinarmi e a baciare, a succhiare, quel capezzolo. Cosa che feci immediatamente. Il capezzolo era spropositato, mi riempiva tutta la bocca. Succhiai a più non posso. Nel mentre sentii un brivido percorrere il suo corpo. Afferrandomi per i capelli, Zahira poi mi staccò e mi posò sull’altra mammella. Nel frattempo avvertivo che la mia resistenza era arrivata all’estremo limite — non era più possibile giocare, ancora una breve dilazione e sarei esploso...

Di ciò si rese conto anche Zahira che, dopo avermi fatto rialzare, volle toccare con mano il mio apparato bellico. Quell’ispezione la mise di buon umore, le sfuggì persino una stridula risatina.

Subito dopo mi fece segno di procedere. Rimosse la veste, allargò i suoi gamboni. Al mio emozionato sguardo si offrì la visione di un’alta porta del Paradiso, circondata da neri cespugli. A quella vista — confesso — non ci vidi più. Puntai fermamente il mio ariete su quella porta o, se volete, su quel portone, e spinsi. Ma la porta rimaneva chiusa. Spinsi ancora, niente! Mi parve di udire un risolino ironico di Zahira. Indispettito, premei ancora, con tutta la mia forza.

Improvvisamente la porta si spalancò di fronte a me e io, sbilanciato, con tutto il mio corpo ruzzolai dentro!

La porta si richiuse immediatamente alle mie spalle, come il coperchio di una pianta carnivora. Sorpreso, stordito, nel buio toccai qualcosa di molliccio, tiepido, viscido: era la parete della sua mostruosa vagina! Mi resi anche conto che la parete stava sussultando. Intuii che quella briccona di Zahira stava ridendo a crepapelle per lo scherzo che mi aveva giocato.

Impossibile poi descrivere il superiore grado di meraviglia che provai allorché, in quello stesso momento, si udì una voce intimare:

— Chi va là? Gentiluomini o banditi?

— Sono il Barone di Munchausen — profferii orgogliosamente.

— Il Barone di Munchausen? E io sono il Cavaliere di Seingalt. Che piacere incontrarvi!

— In verità, non posso dire che questo incontro mi procuri eccessivo piacere...

— Avete ragione, Barone, avete perfettamente ragione — convenne il Conte. — Una situazione piuttosto imbarazzante...

— E per il momento, a quanto mi è dato vedere, senza via d’uscita...

— Già, io ho provato numerose volte ad aprire la porta dall’interno, ma non funziona. Quella lì non sente ragione, non si vuole proprio aprire.

— E voi, se posso chiedere — azzardai incuriosito — per quale motivo siete finito in questa, ehm, trappola?

— Per lo stesso vostro motivo, caro il mio Barone! — mi rimbeccò il Conte. — Uno scherzo che fa il Gran Sultano a tutti quelli che amano troppo una certa cosa...

— Che cosa? — quasi supplicai, ingenuamente.

— Barone, Barone, non fate il finto tonto! A Napoli, con una parola che direi onomatopeica, la chiamano la pucchiacca.

— La pucchiacca suona bene, mi piace questo termine! Sì, però adesso che, oltreché adoratori della pucchiacca, ne siamo anche prigionieri. Cosa si fa?

— Già, cosa si fa? Ho provato ad aprire la porta con pugni e calci, con tutta la mia forza, ma non è successo nulla. La porta rimane chiusa. Temo persino che le mie azioni non abbiano altro effetto che provocare un piacevole solletico erotico a quel mostro di Zahira...

— Zahira chi, Zahira cosa? — improvvisamente dal fondo del buio si udì una vocetta strana.

— Chi va là? — urlò, quasi terrorizzato, il Conte.

— Gentiluomini o banditi?— gli feci eco io.

— Calma, calma, non fatemi del male: sono Ahmed, un eunuco del Gran Sultano...

— Che ci fa qui dentro un eunuco? — lo apostrofò con voce minacciosa il Conte.

— Pietà, pietà, non fatemi del male, vi dirò tutto!

— Su, allora parla!

— Come vi ho detto, sono un eunuco, quello che fa la guardia a Zahira. Ma, essendo molto vecchio e malato, mi stanco presto. Così Zahira mi permette di venire qui dentro e schiacciare un pisolino...

— Che cosa? — gridammo all’unisono io e il Conte.

— Zahira ha un grande cuore! — sospirò Ahmed.

— Più grande della sua vagina? — ironizzò il Conte.

— Zahira è veramente buona... — piagnucolò Ahmed.

— Basta con queste ciance — tagliai corto, innervosito da queste inutili diatribe verbali. — Ahmed, dicci, presto: come facciamo a uscire da qui?

— È molto semplice. Seguitemi...

Nel buio non si vedeva nulla, credetti però di vedere Ahmed passarci di fronte e avvicinarsi alla porta del Paradiso. Infine udii le fatidiche parole:

— Apriti sesamo!

D’incanto la porta si aprì. Con un sospiro di sollievo ci gettammo fuori, alla luce.

Ma se c’è un limite alla meraviglia, alla sorpresa, quale non fu la nostra estrema meraviglia, o sorpresa, allorché, uscendo dal buio della vagina, ci ritrovammo in un salone inondato da luce chiarissima, che ci abbagliò, ferendo i nostri occhi. Di fronte a noi scorgemmo il Gran Sultano, attorniato da tutti i suoi cortigiani.

— Ah! Ah! Ah! — si riversò su di noi la risata omerica del Gran Sultano, alla quale fecero eco quelle, in tutti i toni della scala armonica, dei suoi cortigiani.

— Ah! Ah! Ah! — continuava a ridere a crepapelle il Gran Sultano, asciugandosi le lacrime che, per il troppo ridere, gli rigavano le paffute guance, e additandoci al ludibrio universale.

— Questo è troppo! — esplose il temperamento latino del Cavaliere di Seingalt. Offeso sin nel suo intimo, in un supremo atto di collera, egli lanciò uno sputo, che con grande precisione finì nell’occhio destro del Gran Sultano.

Resomi conto che quel gesto di estrema gravità avrebbe potuto costarci la vita, a mia volta raccolsi tutta la saliva, e il mio sputo, come una fiumana in piena, travolse, fece sgorgare il Gran Sultano insieme a tutti i suoi cortigiani, come fossero delle foglie secche o degli insetti, fuori dalle numerose porte e finestre del Serraglio.

Dopo esserci scambiati uno sguardo d’intesa, congratulandoci per il felice esito dell’impresa, il Conte ed io ci demmo alla fuga a gambe levate.

Era ormai notte fonda e, arrivati col fiato grosso al porto, trovammo provvidenziale rifugio a bordo di un vascello diretto a Venezia, che stava appunto levando l’ancora per riprendere il viaggio.

Il mattino seguente, appoggiati al parapetto del vascello, contemplavamo le onde placide del Mediterraneo, sospirando di sollievo per lo scampato pericolo.

— Barone — di punto in bianco mi apostrofò il Cavaliere di Seingalt — quali sono i vostri piani futuri? Perché non vi fermate un po’ a Venezia?

— A Venezia? Sarebbe fantastico, ma il dovere mi richiama a Riga, al mio Reggimento di Corazzieri...

— Prima di tutto, certo, il dovere... Ma il dovere non può aspettare una settimana? Sicuramente non ne morirà nessuno...

— Probabilmente no...

— Vi prometto che a Venezia ci divertiremo come pazzi...

Poi, vedendomi già titubante, il Conte affondò il coltello nella piaga.

— L’harem del Gran Sultano? Puah!.. Io conosco un luogo cento volte più seducente: un convento di suore...

— Un convento di suore? — il sangue mi si rimescolò tutto. — E dove?

— Sull’isola di Murano, un luogo incantevole!

— Hmmm...

— Se voi sapeste che temperamenti di fuoco si celano sotto quelle modeste tonache! Delle diavolesse assatanate! Mai sazie, mai appagate!

— Basta, basta, Conte, non una parola di più, mi avete convinto! Presto, a Venezia! All’isola di Murano!

Presi dall’entusiasmo ci mettemmo a soffiare sulle vele e il vascello, quasi volando, dopo un paio d’ore entrò nel porto di Venezia.

Affittammo una gondola e, pungolando il gondoliere con ginocchiate e promesse di laute mance, ben presto raggiungemmo la nostra agognata meta.

Descrivere le raffinatissime voluttà, i piaceri sovrumani che avemmo la fortuna di sperimentare, nel corso di giochi audaci e voluttuosi condivisi con quelle sfrenate sorelle, appare assolutamente impossibile, perciò non ci proverò nemmeno. Parlarne in termini adeguati trascende, infatti, il potere del linguaggio umano — è come descrivere le delizie che ci attendono in Paradiso. Almeno così, nel ringraziare per le nostre straordinarie prestazioni e nel sollecitare futuri appuntamenti, ci assicurarono quelle amabili suore.

Amen.

Potrebbe darsi che l’uno o l’altro dei miei ascoltatori nutra dubbi sulla veridicità del mio racconto. A tali increduli io dirò soltanto che io li compatisco per la loro scarsa fede e li debbo pregare, se mai ve ne siano tra i presenti, di andarsene prima che io dia inizio alle seguenti, tutte egualmente autentiche, avventure.

Novembre, 2013