Unidiscredit

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La vita è fatta di alti e bassi, noi ci siamo in entrambi i casi. Dice così la pubblicità dell'Unicredit. Bello. Se fosse vero. Peccato invece sia solo uno slogan. E la realtà sia molto diversa. Come se la banca che ti dovrebbe venire incontro quando sei in difficoltà, ti creasse invece altri problemi. E fosse quindi più di intralcio che di aiuto. Sentite cos'è capitato qualche giorno fa a una persona che aveva urgente bisogno della sua banca.

Una carta MyPay di Unicredit e Visa Europe.

Questa persona viene derubata del portafogli da Gutteridge, un negozio di abbigliamento in centro a Milano, mentre sta provando dei pantaloni (e già questo è curioso…). Nel portafogli c’erano, oltre ai contanti, una carta di credito, un bancomat, e una carta del tipo MyPay, tutte e tre dell’Unicredit. Questa persona ha due conti correnti, tutti e due all’Unicredit. Quindi, essendo rimasto senza un euro, va alla sua banca per ritirare qualche spicciolo di sopravvivenza. Non sapeva cosa lo attendeva.

Difatti scopre per prima cosa che avere due conti correnti in quella banca (uno dei quali anche piuttosto consistente), non serve a nulla se ti trovi in una città diversa da quella in cui li hai aperti. Insomma, è come se avessi affidato i tuoi soldini a una banchetta di Pescasseroli, che nessuno, fuori da Pescasseroli, riconosce. Lui pensava che Unicredit fosse un’altra cosa. Si sbagliava.

Lo capisce quando chiede che gli venga rilasciata, se non una carta di credito o un bancomat, che sa che ci vuole del tempo, almeno una carta del tipo MyPay, che sa che ti rilasciano subito persino nella più periferica delle filiali, anche perché non porta scritto nome e cognome. Invece gli spiegano (Unicredit, uffici di Piazzale Cordusio), che anche le carte MyPay possono essere rilasciate solo dalla filiale della città dove sono stati aperti i conti.

La persona in questione, che ha i conti nella filiale di una città non vicinissima a Milano, trova tutto questo assurdo. E giustamente protesta. Non è sufficiente – chiede – che verifichiate che i miei conti esistano davvero nella vostra bella banchetta, sia pure in un’altra città, che nei conti ci siano dei soldi, e che quindi mi rilasciate la carta? È tanto difficile? No, non è difficile. È impossibile.

Nervi a posto. Allora farò un prelievo, abbozza. Prego, si accomodi alla cassa. Altra attesa. Al cassiere dà finalmente i numeri dei suoi due conti correnti nella filiale Unicredit di un’altra città, e chiede di ritirare una somma modesta di denaro da uno dei suoi conti, quello dove di denaro ce n’è parecchio. Il cassiere verifica al computer l’esistenza dei conti correnti e gli chiede un documento. La persona gli dà il passaporto. Non ha la patente? gli chiede il cassiere. Ma perché mai dovrei avere la patente? – adesso è infuriata la persona in questione – cos’è, devo guidare in banca? E comunque no, non ho la patente! Mi hanno rubato anche quella, era nel portafogli che mi è stato sottratto. Non basta il passaporto? Un momento, fa il cassiere, con un’espressione poco rassicurante. Prende il passaporto e si allontana. Vado a fare una fotocopia, dice.

Passa un tempo non brevissimo. Quando il cassiere torna ha l’aria insopportabile di un impresario delle pompe funebri. Restituisce il passaporto e dice: mi sono consultato con i miei dirigenti, il prelievo non si può fare. La persona in questione è sempre più sbigottita. Perché? Perché non ha la patente. Ho il passaporto, è un documento valido, non basta? No, non basta. Noi abbiamo registrato in banca i dati della sua patente, non quelli del suo passaporto. Lo faccia adesso. Non si può, deve farlo nella filiale dove ha i suoi conti.

La persona in questione vorrebbe (giustamente) dare fuoco a quella banca. Troppo perbene, troppo distinta, non lo farà. Si limiterà (giustamente) a maledirli, a parlarne male con tutti quelli che incontra, a scriverne sui giornali, e a portare altrove i suoi conti. Unicredit addio.

Luglio, 2015