Vecchie mutande

Vecchie mutande

Roberto Bianchin

Dai polverosi cassetti della Repubblica stanno spuntando solo nomi di vecchie mutande per la scalata al Quirinale.

E francamente non si capisce qual è il motivo per cui Pierluigi Bersani ha deciso di umiliarsi a incontrare quel bischero di Silvio Berlusconi nel mediocre e penoso tentativo di trovare un «nome condiviso» da portare alla presidenza della Repubblica. Non si capisce nemmeno perché il nome del prossimo capo dello Stato debba essere obbligatoriamente gradito, o quantomeno non sgradito, sia alla destra che alla sinistra.

In democrazia, vale a dire nelle democrazie mature, civili, occidentali, quale dovrebbe essere la nostra, viene eletto e governa chi prende un voto in più. Solamente un voto in più. Basta un voto in più. Non servono grandi intese, pateracchi, inciuci.

Se in Italia ci fosse una legge elettorale normale, invece di quella «porcata» inventata dal leghista Roberto Calderoli e in questo modo da lui stesso battezzata, Bersani, che le elezioni le ha vinte checché se ne dica (tutti sembrano essersene dimenticati), sarebbe già al governo. E per i prossimi cinque anni non sentiremmo fortunatamente più parlare di Berlusconi né di Grillo.

Idem per il capo dello Stato. Perché se Bersani, Vendola e Monti non hanno i voti per fare insieme un governo, proprio per colpa del «porcellum», li hanno invece per fare il presidente della Repubblica.

In sostanza, alla sinistra Pd-Sel basterebbe l’accordo con i centristi di Mario Monti, premier tuttora in carica, per avere i numeri necessari ad eleggere il nuovo capo dello Stato. Senza alcun bisogno di accordarsi con Berlusconi o (peggio mi sento) con Grillo. Non è un’opinione, è matematica. Ed è anche un calcolo facile. Lo ha fatto l’ottimo Roberto D’Alimonte sul quotidiano economico della Confindustria Il Sole 24 Ore.

Alla Camera infatti Pd e Sel hanno 345 deputati, al Senato 121. In totale fa 466 voti disponibili nell’assemblea che eleggerà il nuovo presidente. A questi vanno aggiunti i 49 deputati dei partiti collegati a Monti e i 22 senatori della sua lista civica. Il nuovo totale fa così 537. Poi bisogna calcolare i 58 delegati regionali: dato che si conosce il colore politico delle maggioranze consiliari e si sa che bisogna tener conto del dettato costituzionale che impone la rappresentanza delle minoranze, si può calcolare che dei 58 delegati, 30 saranno di centrosinistra e 26 di centrodestra, più uno di Cinquestelle e uno della Val D’Aosta.

Fatti in questo modo tutti i conti, il totale di voti di cui dispone la coalizione Bersani-Vendola-Monti per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, è di 567. Senza contare i senatori a vita, il corpo elettorale per l’elezione del capo dello Stato è di 1.003 grandi elettori, e i voti di Pd, Sel e Lista Monti rappresentano il 56,6 per cento dell’assemblea.

Sono pienamente sufficienti, dopo il terzo scrutinio, per mandare chi vogliono sul Colle.

Risparmiandoci, possibilmente, un’altra vecchia mutanda. ★

Aprile, 2013