Visita specialistica

Visita specialistica

Luca Colferai

E allora, io e il Mauri siamo andati al Civile (l'Ospedale. intendo: di Venezia, a santi Giovanni e Paolo, voglio dire). Intanto che non era una cosa grave, ma comunque non ve la dico perché il Mauri su certe cose è piuttosto che gli va il sangue alla testa anche no. E sapere che io — Andrea Silvestri per servirvi illustrissimi lettori — ci racconto in giro a tutti quello che lui ha; ecco: poi finisce che facciamo baruffa. Ma di brutto, ti spiego.

Essendo insomma che il Mauri era necessitato di una visita specialistica ospedaliera, con la cassa mutua, e che in pratica non ha nessuno che lo accompagni e — come che è e come che non è — insomma da solo all'ospedale non ci vuole andare; è cominciata che prima di entrare siamo andati a bere uno spritz al bitter proprio di faccia al Colleoni, che è sempre un personaggio, anche no. Ma siccome che gli ospedali e anche i dottori (non le infermiere, quelle no, almeno non tutte) al Mauri gli fanno impressione — anche a me, ma meno però — di spritz ce ne siamo bevuti due. E taci che non doveva essere digiuno. Oppure no: non so. Su queste cose il Mauri è sempre piuttosto vago.

Così siamo entrati nell'androne spettacolare della scuola grande dei santissimi Giovanni e Paolo che neanche quasi a momenti ci ricordavamo più perché eravamo arrivati fino a là, così distanti dal campo della Bragora. Visto anche che era mattino presto — troppo presto — e ci era anche una nebbia di quelle da tagliare con il coltello. Abbiamo dovuto tirar fuori l'impegnativa, e rileggerla tutta per l'ennesima volta.

Sfortunatamente nei bar degli ospedali non servono più alcolici. Perché un altro sprizzetto ci sarebbe stato anche bene, dopo tutta quella fatica di leggere l'impegnativa e prima di orientarci nei meandri dei padiglioni.

Così, quando che eravamo seduti sulle poltroncine spaiate della sala di attesa: alcune in similpelle blu, altre verde bottiglia, una nera e due sedie di plastica rossa da cinema di quelle che vanno su e giù elasticamente secondo la pressione corporea; aspettando il suo turno il Mauri mi dice: «Hai visto che è pieno di vecchi? Non mi piace mica!»

Volevo dirgli che (sacrosanta verità): «Non siamo più giovani neanche noi, se è per questo» Ma mi sono trattenuto perché sennò dopo si offende e gli va su la pressione, e allora magari invece di una visita specialistica da un'altra parte tocca portarlo diretto al pronto soccorso cardiologico e viene fuori anche che è colpa mia.

Insomma, per sviare il discorso gli faccio notare (al Mauri) che è pieno soprattutto di signore anziane. Da sole. O al massimo in tre. Cioè: ci sono tutte queste anziane veneziane (o veneziane anziane, a scelta) che entrano unitamente nell'ospedale Civile e poi si separano singolarmente per diversi padiglioni, ambulatori, laboratori; oppure giungono da diversi padiglioni, ambulatori, laboratori, e si riuniscono a coppie e terzetti prima — o anche dopo — di uscire. «Strano, no?» mi dice il Mauri.

Allora io incalzo: e gli faccio notare (sempre al Mauri) che non ci sono anziani veneziani da soli o a coppie o a trii; ma solo in coppia con un'altra anziana veneziana. «Evidentemente — sostiene il Mauri — ha da essere suo marito» (notate molto bene: il veneziano nella sua icasticità fa largo uso di singolari in veste di plurali e anche o viceversa: si capisce quindi che il Mauri sta parlando di più di un marito, e di più di una moglie, ma tutti comunque sposati a coppie).

In effetti, ripercorrendo nel grande — e spesso vuoto — schermo della memoria il recentissimo seppur confuso tragitto che abbiamo fatto dal bar vicino al monumento di Colleoni fin dentro alla sala d'attesa d'ospedale in cui ci troviamo, percorrendo svolte e giravolte, portelli sportelli portoni e porte, ascensori e scale, anditi e ambulacri — io e il Mauri — in effetti, dicevo, le coppie anziano più anziana risultano sempre essere composte di tal fatta: un anziano veneziano come paziente (nel senso che patisce una qualche malattia) e una veneziana anziana come guida (anche lei paziente, ma in un altro senso).

«E già» dico io. E così, in mentre che aspetto che il Mauri venga sottoposto alla sua visita specialistica ospedaliera mutuata, osservo il movimento degli esseri umani circonvicini. Tanto non ho niente da fare: sto aspettando.

E così: cioè, almeno nel reparto nella cui sala d'aspetto abbiamo aspettato — ma non ho alcun motivo di ritenere che avvenga diversamente dalle altre parti, e anzi secondo me succede proprio così — l'anziano veneziano viene sottoposto a visita, accompagnato dalla veneziana anziana che si presume essere sua moglie. E dopo, al termine della visita, viene assistito dalla medesima signora quando si tratta di avere le ultime istruzioni dal medico curante. Durante tutto l'ultimo colloquio il medico curante parla direttamente all'anziano veneziano, ma chi ascolta è in realtà la veneziana anziana, cui il dottore si rivolge — diciamo così — per interposta persona. Parrebbe, e anzi ha da essere così, che tale sistema di comunicazione per interposta persona sia avvenuto anche durante la visita precedente al commiato.

Da quello che ho potuto capire. Prima della visita la veneziana anziana ricapitola sommariamente all'anziano veneziano i passi salienti della malattia che l'ha condotto allo stato attuale a trovarsi in ospedale. Durante la visita traduce in simultanea le indicazioni del dottore al paziente e le affermazioni del paziente al dottore. Dopo la visita raccoglie le ultime raccomandazioni. Quando il dottore se ne è andato, l'anziano veneziano immancabilmente dice: «Cosa ha ella detto?». La veneziana anziana risponde: «Ah: che non stai a preoccuparti».

Insomma, così. Nel mentre che io mi perdo nella spettacolare ammirazione della pirotecnica commedia della vita umana, passano infine gli alquanti minuti necessari alla visita del Mauri. Che infine esce dall'ambulatorio e con passo fermo, ma sguardo vuoto, percorre la sala accompagnato dal dottore. Che nella fattispecie è una splendida signora dottore. Fatalità. Così mi alzo per andare a salutare il dottore e accogliere il Mauri che secondo me ha subito bisogno di qualcosa da bere. Il dottore finisce di dare alcune ultime raccomandazioni al Mauri, saluta cordialmente e se ne va.

Mentre dico al Mauri: «Se sapevo mi facevo visitare anch'io»; il Mauri dice a me: «Cosa ha ella detto?» e io rispondo: «Ah: che non stai a preoccuparti». ★

Gennaio, 2013