Vita normale di un santarello

Vita normale
di un santarello

Paolo Fiorindo

Insomma ci sono tornato, all’osteria di Boccafossa. Qui, in questo posto sperduto tra canali e grumetti di case, in pace, seduto sotto il portico a guardare l’acqua con le anatre. Altro no, perché d’altro qui non c’è nulla. Ci pensa però il Renzo a ravvivare il pomeriggio uggioso.

San Gabriele  dell'Addolorata come si venera sul Gran Sasso.

Lo vedi quel tizio col berretto e coi capelli lunghi? - mi fa. Lo conosco - rispondo, abbiamo anche parlato. Sì? - risponde il Renzo - e ti ha anche detto che mestiere fa?

No, che dipinge le immaginette dei santini no. Pensavo che un mestiere così non esistesse più. Lo saluto, mi saluta, e ci parliamo. Ecco, bravo, mi fa lui, lo so che sei un giornalista, me l’ha detto il Renzo, adesso anche tu sai cosa faccio io e siamo pari. Ma se scrivi di me non ti azzardare a mettere il mio nome sul tuo giornale, sennò poi la gente parla e io sto bene così e non voglio fastidi.

Oh bella, penso io, i pittori darebbero l’anima per finire sul giornale, e lui no. Che strano.

Sui giornali ci vanno solo politici e delinquenti, e io sono una persona normale. C’è scritto sempre che c’è crisi... per fortuna ho abbastanza lavoro, mi spiega, come un operaio, e non pensare che guadagni chissà quanto. Normale, da vivere, se dura. No, non bevo vino altrimenti mi trema la mano, pagami il caffè se vuoi, anzi te lo pago io.

Cioè, ho cominciato a disegnare che ero ancora alle medie, gli mandavo vignette in bianco e nero al giornaletto di Sant’Antonio. Poi a vent’anni ho iniziato a fare fumetti, e altri disegni. Poi non so nemmeno io, sono passati quarant’anni così di corsa che non me l’aspettavo, sempre seduto al tavolo a lavorare, qualche volta anche in piedi per far circolare meglio il sangue. Quanti lavori ho fatto? Migliaia, ho perso il conto, ogni tanto girando per le bancarelle e i negozi davanti ai santuari scopro qualcosa di mio che non mi ricordavo. Hai capito insomma, io faccio lavori che poi vengono stampati in migliaia di copie, ci fanno anche oggetti, souvenir, ricordini insomma. Cose piccole, per i pellegrini e i turisti, roba da qualche euro, anche meno. Hai capito, non è un mestiere ricco. Però è molto vario, lavoro con tutta Italia, anche con l’estero. Quelli come me non sono artigiani, artisti insomma, che quello che vale è la firma o se si esprimono significati complicati, anzi, è il contrario. Il lavoro vale solo se è bello, se sa trasmettere un’emozione allora viene venduto, ha successo, ci si guadagna qualcosa tutti. È una catena, io sono solo uno dei primi anelli, diciamo. C’è l’azienda che produce, chi confeziona, chi vende, i rappresentanti che girano, tante famiglie che mangiano, hai capito. E poi, più importante, c’è chi compra. Magari più al sud che qui al nord, anche se qui non mancano le sue belle soddisfazioni. Ma siamo sempre sotto, non puoi mollare neanche qualche settimana che perdi il cliente, la concorrenza è sempre in agguato.

Poi, quello del santarelo, come viene chiamato in centro Italia, è un lavoro che ti mette fuori dal mondo, nel senso che è solitario e complicato, bisogna lavorare per ore e ore con lo stile dell’Ottocento e del primo Novecento. Puoi usare anche tecniche moderne, ma ci sono sempre molti particolari, e i corpi e soprattutto i volti devono essere carini, aggraziati, ben proporzionati, e devi dargli espressioni zuccherate, intense ma serene, anche ai martiri. E gli abiti poi, devono essere perfetti, con le pieghe al posto giusto, tali da sembrare veri. E i colori poi, se sbaglio devo rifare tutto, oggi non mi capita quasi più ma non voglio nemmeno pensarci. Per farne uno mi ci vogliono anche due-tre settimane e bisogna che sia sempre tranquillo, con la vita di oggi è difficile...

Dopo il caffè siamo passati al gelato. Gli chiedo adesso cosa sta facendo. Risponde che gli è capitata una cosa strana...

Cinque-sei anni fa, racconta, vennero da me dei ragazzi che commerciavano in articoli religiosi a chiedermi due immagini, un Cristo risorto e una Sacra famiglia. Gli dissi di sì, ma poi non feci nulla. L’anno dopo me lo richiesero, e dopo qualche mese glieli feci. Ogni tanto mi fanno fare qualcosa, vedo che sono contenti insomma e che i miei disegni vanno, come si dice. Beh, nel frattempo si sono allargati col commercio, forse gli ho portato un po’ di fortuna anch’io, almeno spero, e qualche giorno fa mi hanno commissionato una serie di quadri con l’apparizione della Madonna... ben sei, tutti diversi, per le sei botteghe che vendono souvenir attorno al santuario di quella città francese sui Pirenei, guarda non dico come si chiama perché sarebbe troppo... e adesso devo farlo, sto lavoro, è un bell’impegno, una cosa così non me l’aspettavo proprio.

Il gelato ci ha fatto venire sete. Due spume fresche e poi salutiamo l’oste e andiamo via. Lui a far santini con la Madonna che appare a santa Bernadette, penso, e io a scrivere svelto quello che mi ha detto. Intanto penso che qui, in mezzo ai campi rigogliosi della bonifica, fra Boccafossa e Eraclea, mentre le nuvole non sanno decidere se piovere o no, ho incontrato un pittore standard che fa le immaginette religiose e i souvenir che poi finiscono in mano ai pellegrini di tutta Europa. Chissà quanti poi... migliaia, forse milioni, chissà. La prossima volta che lo incontro se mi ricordo glielo chiedo, e già che ci sono mi faccio spiegare bene anche come mai non vuole che scriva il suo nome.

No, non corrisponde proprio all’idea che mi ero fatto degli artisti, proprio no. ★

Maggio, 2013