Viva il nove marzo

Viva il nove marzo

Meno male che l'otto marzo è finito. Meno male che la festa della donna dura solo un giorno. E meno male che dal nove marzo è ricominciata la festa dell'uomo che per fortuna dura tutto il resto dell'anno. Diciamoci la verità: non se ne può più dell'otto marzo. Di tutta la retorica e l'ipocrisia che lo ammanta. Dello strapotere della gnocca. Del vetero femminismo. Delle quote rosa. E di quegli orrendi fiori di mimosa che puzzano come cani morti.

Happy Mimosa, una creazione della stilista Fiorella Mancini per l'otto marzo.

Si fa per scherzare, via. Ma mica tanto poi. Perché quando senti in giro tante idee balzane, come quelle sparate dal presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, che chiede ai parlamentari, addirittura con una lettera, di tradurre al femminile delle parole che il linguaggio corrente ha da sempre declinato al maschile, beh, la tentazione di mettere mano alla pistola diventa prepotente, se non fosse il ridicolo, più che il comico, a prevalere.

Dunque da ora in poi bisogna dire ministra e non ministro, presidentessa e non presidente, sindaca e non sindaco, assessora e non assessore, consigliera e non consigliere, avvocata e non avvocato, medica e non medico, chirurga e non chirurgo, colonnella e non colonnello, e così via delirando.

Non è bellissimo, né da pronunciare né da scrivere, ma se l’emancipazione della donna deve passare anche attraverso queste idiozie, pazienza, ce ne faremo una ragione. Quello che però la presidentessa (o preferisce presidenta?) della Camera sembra non aver colto, così impegnata nella sua improponibile crociata, è la possibilità che anche l’altra metà del cielo – quella maschile, in questo caso – pretenda, per agevolare anche la propria emancipazione, lo stesso trattamento.

E chieda quindi che si dica farmacisto e non farmacista, dentisto e non dentista, commercialisto e non commercialista, psichiatro e non psichiatra, pediatro e non pediatra, giornalisto e non giornalista. Per non parlare del nuovo terzo sesso, quello battezzato transgender, per il quale già si ipotizza la declinazione in “e”. Dunque: non avvocato né avvocata ma avvocate. Magnifico.

«Cerchiamo di evitare cadute nel ridicolo, a cominciare dalla presidente della Camera», commenta una giornalista intelligente e di lungo corso come Luciana Boccardi, dalle colonne de Il Gazzettino. «Personalmente mi rifiuto di scrivere ministra o colonnella, medica o chirurga – scrive – così come, ove si tratti di uomini, non dirò mai farmacisto o giornalisto, commercialisto o pediatro, e men che meno, quando si farà avanti da parte dei transgender l’esigenza del “rispetto di genere” imposta dalla Camera dei deputati, riterrò di cambiare l’italiano».

Assolutamente d’accordo. Viva il nove marzo.★

Marzo, 2015