Voglio essere un’opera d’arte vivente

Voglio essere
un’opera d’arte vivente

Luisa Casati Stampa, nata in tutto il suo splendore dalla mente di Gabriele D’Annunzio, forse ci credeva anche lei

I fan milanesi della Casetta Rossa
 Giovanni Boldini (1842-1931), La Marchesa Luisa Casati con un levriero (wikipedia)
Adolf de Meyer, Pearls with Luisa Casati, 1912 (wikipedia)

Il ricordo di personaggi importanti e talvolta stravaganti che hanno abitato a Venezia all’inizio del secolo scorso va alla marchesa Luisa Casati Stampa, donna di particolare fascino ed eleganza.

La marchesa apparteneva ad un mondo tanto effimero quanto meraviglioso, un mondo fatto di feste favolose in cui gli invitati indossavano costumi straordinari concepiti per una sera soltanto; non passava giorno che la stampa non parlasse di queste stravaganze.

«Voglio essere un’opera d’arte vivente»: questa è una delle poche dichiarazioni documentate della marchesa, non sono rimasti nessun diario né lettere che possano aiutare a conoscerla meglio. Fortunatamente esiste un gran numero di ritratti, opere e ricordi di molti che da lei furono affascinati.

Volendo prestare fede al mito, dovremmo credere che la marchesa sia nata in tutto il suo splendore dalla mente di Gabriele D’Annunzio. Forse ci credeva anche lei, perpetuò questa leggenda fino alla morte, con il viso bianchissimo incipriato, gli occhi enormi bistrati di nero, la chioma selvaggia e fiammeggiante.

D’Annunzio e Luisa si conobbero nel 1903 a Gallarate durante una caccia alla volpe e quel momento avrebbe segnato l’inizio di un legame intenso e speciale fra i due, interrotto soltanto con la morte di lui, parecchi decenni più tardi.

Il 14 aprile del 1909 si aprì il Salon de Paris: fu esposto il quadro di Giovanni Boldini La jeune femme au levrier che possedeva delle sfumature diaboliche, come suggerito dallo sconveniente abito nero e viola, e dallo sguardo aggressivo del soggetto. Ovviamente nel giro di breve tempo tutti furono curiosi di sapere chi fosse la giovane donna dipinta, per quanto molti trovassero discutibile sia il contegno della donna raffigurata, sia il valore artistico del quadro. Però il critico d’arte Arsène Alexandre scrisse una recensione su Le Figaro, definendo il talento di Boldini giunto al vertice ed il ritratto della marchesa Casati il più bel pezzo di pittura di tutto il Salon.

Nell’anno 1910 la marchesa approdò a Venezia: acquistò quello che era considerato il più straordinario palazzo sul Canal Grande, Palazzo Venier dei Leoni (oggi Fondazione Guggenheim) purtroppo quasi in rovina ed in totale abbandono. Riunì subito una squadra dei migliori progettisti falegnami e decoratori per restaurare il rudere abbandonato. Volle però che l’aspetto decadente fosse conservato all’esterno: il risultato fu ammirevole, all’interno delle mura deteriorate tutto era infatti magnificenza.

I commenti sull’eccentricità della marchesa contribuivano ad aumentare la sua fama, ma furono i balli in maschera concepiti meticolosamente, realizzati con assoluta munificenza, quasi mitici nel ricordo di coloro che vi parteciparono, a fare di lei una leggenda internazionale. In breve tempo tutto il bel mondo europeo volle essere ospite delle grandiosa serate nel rudere sul Canal Grande.

Negli anni immediatamente successivi, la marchesa avrebbe esteso i suoi viaggi oltre Venezia, il bisogno di nuove esaltanti esperienze l’avrebbe messa in contatto con nuovi costumisti, pittori, fotografi, compositori; per molti di loro, Luisa sarebbe diventata il mezzo che rendeva possibile il viaggio nel rivoluzionario mondo artistico del XX Secolo.
Luisa Casati non ebbe dunque solo talento, ma anche coraggio, e, sfruttando insieme queste due doti, si costruì un’esistenza fedele ai propri ideali, sino alla fine. Tra le tante possibilità che la sua nascita le offrì, scelse di diventare un’opera d’arte vivente, e ci riuscì. ★

Settembre, 2012