Panic room 11

Panic room 11

Chissà chi lo sa

L'unica cosa certa che sappiamo del coronavirus è che non ne sappiamo ancora quasi niente. Non sappiamo se è vero che è nato in Cina: il primo caso pare che sia stato scoperto in Francia a dicembre. Non sappiamo se ci sono vari tipi di coronavirus: non é detto che sia nato in Cina, che poi sia venuto in Italia e quindi volato negli Usa. Non sappiamo come si é sviluppato, se nato in natura o se costruito in laboratorio. Se é scappato per errore o se l'hanno fatto fuggire apposta. Non sappiamo se a portarlo in giro é stato il pipistrello o il serpente. Non sappiamo se oltre alle goccioline del respiro si trasmette anche in altri modi e quali. Non sappiamo come è finito nell'acqua non potabile. Non sappiamo che medicine dare a chi si ammala. Non sappiamo quando ci sarà un vaccino. Non sappiamo proprio quasi nulla.

"Chissà chi lo sa" era una celebre trasmissione televisiva degli anni Sessanta, presentata da Febo Conti (fonte: popsike.com).

Pensare che dieci lunedì fa (ma come passa il tempo, verrebbe proprio da dirla quest’assoluta banalità), mentre scrivevo la prima “Panic room”, i morti per coronavirus in Italia erano “solo” 7. Nove lunedì fa erano saliti a 41. Otto lunedì fa, a 463. Sette lunedì fa, 2.158. Sei lunedì fa, 5.476. Cinque lunedì fa, 11.591. Quattro lunedì fa, 16.523. Tre lunedì fa, 20.465. Due lunedì fa, 24.114. Lunedì scorso, 26.977. Oggi, lunedì 4 maggio 2020, sono diventati 29.079. I morti nel mondo sono 248.000. Se sento ancora qualcuno che dice, o scrive, che “andrà tutto bene”, giuro metto mano alla pistola.

Quando finirà allora questa epidemia? Chissà chi lo sa. L’unica cosa certa che sappiamo è che non sappiamo proprio un bel niente.

Tanto per cominciare, non sappiamo quando e dove è nata. Ma in Cina!, direte. Certo. Almeno così sembra. Peccato ora si scopra che il primo caso di coronavirus (ma sarà poi davvero il primo?), è successo in Francia, e a dicembre, molto prima che si sapesse della Cina, e riguardava un signore che non era nemmeno mai stato in Cina. Questo (ammesso che sia vero, conviene sempre dubitare di tutto), vorrebbe dire che il coronavirus ha cominciato a diffondersi in Europa anziché in Cina. Chissà chi lo sa.

Dopodiché: quale coronavirus? Alcuni scienziati (non so se mettere “scienziati” tra virgolette, fate voi), ora cominciano a dirci che non c’è un solo tipo di coronavirus, pure se sono tutti parenti, nel senso che hanno notato delle differenze, sia pure non sostanziali, tra i coronavirus diffusi nelle varie parti del mondo. Significa che il coronavirus cinese non è propriamente identico a quello italiano, e quello americano non è del tutto identico a quello africano. Dunque pare che il virus sia mutevole. Quindi non è affatto detto che sia nato in Cina, poi sia venuto in Italia (su quale aereo? Con quale nave? Chiuso nella stiva? Nelle tasche di chi?) e quindi sia volato in America. Ma potrebbe significare che si è sviluppato autonomamente, e diversamente, in vari posti del pianeta terra. E potrebbe continuare allegramente a farlo. Chissà chi lo sa.

Di male in peggio. Non sappiamo nemmeno –dal momento che non abbiamo alcuna certezza- come si è sviluppato. Qualcuno dice che è nato e si è sviluppato spontaneamente, in natura, altri che è stato costruito in laboratorio. Magari per fare la guerra batteriologica. Trumpone, che ha sempre l’aria di saperla lunga, dice che l’hanno inventato i cinesi, che l’hanno costruito loro in laboratorio, e che è colpa loro se poi ha invaso il mondo. Anche ammesso (ma non concesso) che arrivi da un laboratorio, non è chiaro se è stato costruito in laboratorio o se veniva custodito in un laboratorio ma magari arrivava dalla giungla. Non è chiaro nemmeno come ha fatto a uscire dal laboratorio. Se l’hanno fatto scappare apposta per mettere paura al mondo, o se gli è scappato perché si sono distratti un attimo. Poche certezze anche per la versione opposta, quella che, secondo alcuni virologi (alcuni anche di pregio) il virus sarebbe nato spontaneamente, in natura, e per la precisione “in un ambiente selvatico”. Non hanno spiegato cosa intendano per “ambiente selvatico”. Se una foresta, il giardino incolto del vicino, una trasmissione di Maria Carmela D’Urso o non piuttosto un posto dove si trovano, vivi o morti, degli animali considerati selvatici, come il mercato cinese di Wuhan, additato come il primo responsabile per colpa di un pipistrello che ha morso il serpente che ha mangiato il topo che ha morso il gatto che al mercato mio padre comprò. Del resto lo ha detto il governatore dello spritz che i cinesi li mangiano, i pipistrelli. Chissà chi lo sa. Se sono buoni, intendo.

Non si sa neanche come si trasmette, il virus. Che questo avvenga attraverso le goccioline che emettiamo respirando, è una supposizione. Assolutamente logica, se vogliamo. Banale. E’ come per il raffreddore. E possiamo essere d’accordo, teniamoci le mascherine finché non scompare. Può trasmettersi anche per qualcosa che si tocca. Ma non hanno scoperto niente di più. Siamo sicuri che non si trasmette anche in altri modi? Nella catena alimentare, per dire? Per esempio, ne hanno trovato tracce, di coronavirus intendo, nell’acqua non potabile di città non irrilevanti come Parigi, Roma e Milano. E –si fa per dire- nell’acqua del mare, che è anch’essa non potabile? Chissà chi lo sa.

Ma quello che è più grave è che ancora non sappiamo come si cura. Non sappiamo che medicine dare a chi si ammala. Negli ospedali altro non possono fare che dare ossigeno, anti infiammatori e antidolorifici. Sperando che il malato reagisca e sconfigga il virus da solo, con le sue forze. Per il vaccino, ci vorrà molto tempo. Quanto? Chissà chi lo sa.

Maggio, 2020