Sulle tracce di Kipling nell'India misteriosa

Sulle tracce di Kipling
nell'India misteriosa

"Il mio folle temerario giro del mondo", V° puntata

Giorgio Bertolizio

Continua impavida la demenziale crociera intorno al mondo del pluripremiato medico-scrittore Giorgio Bertolizio (ultimo riconoscimento il prestigioso Premio Nabokov), con la complicità della celebre modista Vera Storani. Indagando con acutezza e ironia sul passaggio tra mito e realtà sulle orme di Giulio Verne e sull'esempio del "Giornale di Viaggio" di Michel de Montaigne, l'autore racconta il suo peregrinare città dopo città, Paese dopo Paese, con esiti ora esilaranti ora deprimenti. Ne vien fuori un originale e scriteriato diario di bordo che, volendo, potrete rileggere per intero. Basta richiamare i titoli delle quattro puntate precedenti dalle pagine del nostro archivio elettronico: "Il mio folle temerario giro del mondo", "Dagli incubi di Gaudì ai fantasmi del corsaro", "Aspettando i cannibali tra i fiori di cactus", "Fra danze maori e rivolte del rum".

Una veduta di Kuala Lumpur (fonte: viaggisenzaconfini.it).
Una spiaggia di Phuket (fonte: pinterest).
Mumbai (fonte: tripadvisor).
Lo scrittore Rudyard Kipling (fonte: wikipedia).

KUALA LUMPUR, 17 MARZO

Kuala Lumpur, che significa ‘Fiume fangoso’, non merita di essere visitata, tranne che non si abbia un desiderio incontenibile di vedere personalmente le Petronas Twin Towers, alte 452 metri. La città, infatti, ha pressoché niente di orientale, qualcosa del periodo coloniale inglese e un paio di edifici in stile moghul-moresco, come il palazzo del sultano Abdul Samed e la vecchia stazione ferroviaria il cui tetto di ferro può sostenere un metro di neve. Scrupolosa osservanza dei regolamenti da parte degli ingegneri britannici, in un luogo dove le temperature minime non scendono mai sotto i 23°. Perciò, i turisti vengono convogliati in massa verso Chinatown, cui può essere conferito il primato mondiale nella vendita di ciarpame. In alternativa, però, esistono numerosi centri commerciali insignificanti. Dopo aver visto l’esterno del nuovo palazzo reale, inaugurato nel 2011, e le pittoresche guardie, a piedi o a cavallo, che sembrano incastrate nelle loro garitte per essere fotografate, piuttosto che per fare le sentinelle, non mi è rimasto che decidere di visitare il museo nazionale. Nell’allontanarmi, non sono riuscito a scacciare dalla mente il serio dubbio che gli impassibili piantoni insultassero, a fior di labbra ma in maniera sanguinosa, i turisti che si facevano immortalare al loro fianco, con il solito sorriso ebete delle grandi circostanze.

Le quattro gallerie del museo, dedicato alla storia della Malesia, nel quale non si può trovare nemmeno una seppur misera pubblicazione che lo riguardi, sono abbastanza interessanti, ma l’ultima ha ferito il mio orgoglio di europeo. Nella parte dedicata alla Malesia moderna, con disappunto, non ho trovato nessun riferimento alla nascita delle Hash Houses Harriers. La prima Hash House, infatti, venne fondata nel 1938, a Kuala Lumpur, da un giovane ufficiale inglese, Albert Ignatius Gispert, il cui unico passatempo era recarsi, insieme ad altri commilitoni, a desinare e bere nel coloniale Royal Selan-gor Club. La cucina del circolo era talmente cattiva da meritargli il soprannome di hash house, giacché nello slang inglese hash significa ‘polpettina fatta con gli avanzi di carne e verdure’, ossia pessima. In breve, Gispert fondò un club informale, senza regole né statuto, i cui soci si dedicavano a una gara non competitiva, riunendo la corsa campestre con una sorta di caccia al tesoro. Tesoro costituito dalla birra, bevuta prima, durante e dopo il percorso. La conclusione era una cerimonia goliardica con punizione delle varie mancanze commesse durante la corsa senza regole. L’infrazione più grave era correre con scarpe nuove e la relativa punizione consisteva nel bere la birra direttamente dalle scarpe medesime, magari seduti su un blocco di ghiaccio provando un dolore più acuto di un calcio nelle natiche.

Con il trascorrere del tempo, le non regole della ‘corsa Hash’, sono diventate più complesse e articolate (esistono corse per nudisti) e i terreni dei percorsi molteplici: terra, cemento, erba, immondizie, sabbia, ghiacci polari, giungla, tetti di Parigi, acqua di mare e neve. Resta il fatto che, anche nei grandi appuntamenti internazionali, lo scopo della gara non è tagliare un traguardo, ma divertirsi. Insomma, più che fiato, serve il senso dell’umorismo. Tutti avranno capito che la visita di Kuala Lumpur è talmente deludente che bisogna parlare d’altro. Sicché, dopo aver sostato dinanzi alla moschea Masjid Ja-mek, edificata nel 1907, e ai piedi della Kuala Lumpur Tower, ho terminato la giornata tracannando un boccale di birra alla memoria di Albert Gispert, caduto - durante l’ultimo conflitto mondiale - combattendo contro i giapponesi.

LANGKAWI, 18 MARZO

Il porto principale di Langkawi ha un aspetto rasserenante: una bella baia costellata da isolette e isolotti assolutamente deserti. L’abitato di Langkawi, nel suo insieme, è altrettanto gradevole perché non è stato deturpato dall’industria turistica. La sua prosperità, dunque, sarà assicurata se proseguirà su tale strada, come mi sembra di poter prevedere, costatato l’acume dell’amministrazione che governa l’isola ‘delle aquile rossicce’ delle quali, però, non ho visto traccia. Langkawi, infatti, è un’isola duty-free, è stata dichiarata “Geoparco Mondiale” dall’Unesco, un parolone per far fare bella figura anche a territori di pochissimo interesse. Perciò, in Langkavi è stato mantenuto, nei limiti del possibile, la tipica edilizia malese ed è stato creato il Museo del Riso, alimento sovrano in Oriente. Nel nostro Paese, invece, a nessuno è venuto in mente di creare il Museo del Fagiolo o il Museo della Polenta, cibi degni di altrettanta considerazione e molto più gustosi.

Naturalmente, le meravigliose previsioni sull’avvenire turistico di Langkawi sono a breve termine, perché incombe minaccioso lo spirito che aleggia sull’ampia e assolata Eagle Square a Dataran Lang, il cui biancore sepolcrale, di per sé, non è di buon auspicio per il prossimo futuro. Collocare nella piazza un’enorme statua del rapace, emblema dell’isola, in procinto di spiccare il volo, è certamente un’americanata comprensibile, ma richiama alla mente che, in passato, l’isola stessa era un rifugio comodo per i pirati, che assalivano le navi mercantili nello Stretto di Malacca. La tentazione di depredare turisti inermi potrebbe rinascere, giacché le esche per attirarli certamente non mancano: spiagge, foreste di mangrovie, villaggi tradizionali e una popolazione semplice e pacifica. Ma con un pericolo in agguato. Infatti, accertata l’inesistenza del pericolo di essere assaliti dalle aquile, non ho raccolto notizie sull’aggressività delle zanzare che, in un territorio di risaie, dovrebbero scatenarsi all’arrivo di donatori di sangue dalla pelle chiara. Sicché, non ritenendo attraente assaggiare tutte le varietà di riso coltivate localmente, rischiare un colpo di sole e ingaggiare una lotta perdente con zanzare straniere, ho deciso che, in futuro, lascerò le spiagge di Langkawi a persone ardimentose e robuste. In Malesia, però, esiste quasi un altro migliaio d’isole da visitare, esclusa Mompracem, carte nautiche alla mano, con buona pace di Emilio Salgari.

PHUKET, 19-20 MARZO

Phuket, ‘Perla’ del Mare Andamano, situata a sud-est del Golfo del Bengala, è un’isola con spiagge affollate come a Riccione nel mese d’agosto, ma molto più distante dall’Italia della Corsica, della Sardegna e della Sicilia. Naturalmente, in due giorni di permanenza non l’ho visitata tutta, ma ho assistito a due spettacoli di danze thailandesi. Il primo, all’interno del Phuket FantaSea, minuscola Disneyland in salsa orientale, ha scatenato l’entusiasmo degli spettatori quando, mentre quindici elefanti erano disposti in semicerchio, una frotta di galline, in fila indiana, ha attraversato il palcoscenico accolta da scroscianti applausi. Se i pennuti, fatto dietrofront, avessero rifatto il percorso, la standing ovation non sarebbe mancata. Durante il secondo spettacolo, eseguito con eleganza, ho lottato contro la sonnolenza procurata dalla musica thailandese, che è proprio una tediosa solfa, e dalle movenze languide dei danzatori che superavano in leggiadria le danzatrici.

Naturalmente, Phuket è ben altro, se s’ignorano gli enormi grovigli di fili elettrici sospesi in aria lungo tutte le strade di ogni agglomerato urbano. I santuari dedicati a Buddha, come il Chi Tararan a Chalong, che con i suoi templi è un’attrazione turistica, sono splendidi per la profusione di dorature e di colori. Sicché, qualche ristorante di lusso li ha imitati creando, forse, imbarazzo nei turisti inesperti, indecisi se pranzare oppure pregare. Delle numerose spiagge, probabilmente ho avuto la sfortuna di frequentare la meno bella e parecchio riminese anche per l’acqua torbida: Patong Beach. A parte il senso di soffocamento, causato dagli ombrelloni troppo ravvicinati e dal caldo umido, mi ha stupito l’audacia di molti bagnanti che si sottoponevano a massaggi, ovviamente thailandesi, all’ombra di consunti teloni di plastica e su lettini igienicamente ripugnanti. Il lungomare è un susseguirsi di bar, trattorie che espongono sbiadite fotografie delle vivande offerte, luride bettole, gommisti, negozi alimentari dall’aspetto inquietante e botteghe miserabili. In un paio di ristoranti, però, si trova esposto del pesce apparentemente fresco, ma soltanto la sera. Quando, cioè, la luce artificiale lo fa apparire splendente e la temperatura esterna non lo rende putrido prima che arrivi in tavola. Insomma, il pittoresco folclore orientale mi è sembrato ampiamente sommerso da sporcizia e cattivi odori. Tuttavia, mi è stato assicurato che la scatenata vita notturna di Phuket offre impensabili esperienze e che nelle isole vicine esistono resort sontuosi, oltre a ristoranti degni di Parigi. Ho deciso di credere ai racconti, rinunciando a future esperienze locali. Mi accontenterò d’immergermi nella scialba atmosfera europea della Ville Lumière.

COLOMBO, 23 MARZO

Ceylon, oggi Sri Lanka, è un’isola leggendaria la cui storia affonda nella notte dei tempi. Le testimonianze archeologiche, infatti, risalirebbero a 130 mila se non addirittura a 500 mila anni fa (paleolitico mesolitico), mentre le testimonianze scritte vantano due millenni e mezzo. Secondo le cronache, inoltre, esiste ancora un migliaio di discendenti della comunità neolitica, gli australoidi Veddah o ‘uomini delle foreste’, che abitava l’isola 18.000 anni orsono. La svolta storica locale avvenne, nel 543 a.C. con l’arrivo dell’esiliato principe Vijaia di stirpe indo-ariana che vi fondò il proprio regno. Sicché i singalesi assunsero il completo dominio dell’isola finché i brachicefali tamil, etnia dravidica con pelle scura e capelli neri e lisci, non giunsero ad affiancarli in una coabitazione spesso bellicosa. Infine, nel XVI secolo cominciò la colonizzazione dell’isola da parte dei portoghesi che, nel 1660, furono scacciati dagli olandesi i quali, a loro volta nel 1796, non opposero resistenza all’occupazione militare britannica. Insomma, mi sono immaginato di sbarcare su un’isola, ormai indipendente dal 1948, grondante di storia e profumata di cannella.

Il porto di Kolam, ossia dell’attuale Colombo, nome scelto dai portoghesi nel 1505, non per onorare il navigatore geno-vese ma, probabilmente, come contrazione dell’espressione singalese kola-amba-thota (‘porto con rigogliosi alberi di mango’), era ben conosciuto già duemila anni orsono, come luogo per approvvigionarsi di spezie, da mercanti romani e arabi. Oggi, però, non profuma di spezie e soprattutto di cannella perché è una boscaglia, non di alberi di mango, bensì di container come tutti i porti commerciali. Colombo è una città nella quale i contrasti urbanistici e sociali sono perfettamente demarcati. Da una parte catapecchie che trasudano sporcizia e miseria, ossia il cosiddetto folklore, da un’altra parte fabbricati residenziali dal gusto borghese e da un’altra parte ancora un pugno di grattacieli e i palazzi del potere politico. Dei numerosi edifici religiosi ho vistato soltanto la Chiesa dedicata a Santa Lucia, che da un paio di mesi mi sta proteggendo, e il Gangaramaya Temple. Probabilmente, ho seguito i consigli di un buddista perché, mentre la chiesa cristiana è assolutamente anonima, l’imponente tempio, oltre a essere invaso dalle statue di Buddha in pietra, legno, avorio e oro, nelle più svariate dimensioni, espone una quantità impressionante di ex voto, dai gioielli alle porcellane, dalle zanne d’elefante alle uova di struzzo, da una Rolls Royce alle pigne di vecchie monete di nessun valore, tanto da sembrare un immenso negozio di antiquario-rigattiere. Non meno interessante, infine, è il Museo di Colombo, il più grande dello Sri Lanka, soprattutto per la qualità di bassorilievi e sculture thailandesi risalenti al X secolo, ma sul quale non esiste pubblicazione alcuna. Ho trascurato di menzionare la parte del quartiere di Fort Area dove si possono scoprire i resti dello stile coloniale, perché ho ritenuto che la visita non valesse una sudata.

KOCHI, 24-25 MARZO

Sull’origine del nome della città, gli studiosi devono essersi accaniti parecchio, considerato il numero delle teorie formulate. Secondo alcuni, deriverebbe addirittura dal sanscrito Go shree, che significherebbe ‘Ricca di vacche’. Perciò, forse sarebbe diventata la capitale della carne in scatola se, per loro fortuna, i miti bovini non fossero venerati in India sin dalla notte dei tempi. Il motivo per il quale sono state, per così dire, santificate le vacche è descritto nel Mahabharata, testo sacro del cosiddetto induismo. Un libretto, risalente al XV secolo a.C., di 100 mila strofe, corrispondenti a sette volte Iliade e Odissea messe assieme oppure a quattro volte la Bibbia, che ovviamente non mi sono sognato nemmeno di sfogliare. Il reverente rispetto riservato alle vacche, che prevede la creazione di ospizi per quelle troppo vecchie o ammalate, non riguarda bufali e tori che sono sterminati senza pietà, giacché sembrerebbe che l’India sia uno dei maggiori esportatori di carne bovina al mondo. Una ragione in più, per considerare l’India davvero misteriosa.

Kochi, detta ‘La regina del Mare Arabico’, ha origini antiche, essendo già conosciuta dai Greci e dai Romani, quale centro di commercio per le spezie. Nel 1102 divenne capitale del Regno di Cochin che scomparve, pur rimanendo nominalmente tale fino al Settecento, con l’arrivo dei colonizzatori europei. In sequenza: portoghesi, olandesi e inglesi. Con queste premesse, mi attendevo di visitare una città trasudante storia. Arrivato nella bella baia di Kochi, la schiera di casermoni, con l’ambizione d’essere scambiati per grattacieli, che affollano parte del lungomare, mi ha suggerito di non affrontare il caldo afoso pomeridiano e di rimandare la visita della città il giorno dopo. La sera, però, mi sono recato ad assistere a uno spettacolo folkloristico: due mimi che, abbigliati da divinità indù con immense vesti sontuose, rievocavano una bega coniugale narrata proprio dal Mahabharata, se ho ben capito il pasticciato inglese del presentatore d’origine malese. Al Bagaglino, dei tempi di Petrolini, dopo dieci minuti di recita, sarebbero volati gatti morti in scena.

La serata, però, mi ha riservato un paio di visioni curiose: due catapecchie con annessa cucina che fungevano da caselli autostradali, all’inizio e alla fine di un non lungo percorso, e due impeccabili militari, in tuta mimetica ma con voluminoso turbante, addetti al controllo dei passaporti, che parevano godersi una nottata di primavera, mentre io boccheggiavo ancora per l’afa. Di Kochi ho visitato soltanto la città vecchia, la cui caratteristica principale è di essere proprio vecchia, cominciando dalla zona di Fort Kochi, dove ho visto in funzione tre reti da pesca cinesi. Il pesce venduto, nell’adiacente mercato, però era assolutamente fresco perché non ho visto nemmeno un cubetto di ghiaccio nel raggio di mezzo chilometro almeno. L’edificio più interessante è il cosiddetto Palazzo Olandese, costruito dai portoghesi nel 1555, che è diventato un museo dove esiste il divieto assoluto di fotografare il niente. Forse, la divulgazione delle preziose immagini degli unici arredi esistenti, quattro portantine dell’epoca coloniale, renderebbe clamorosa la vendita di un solo biglietto d’ingresso. Della chiesa originaria di San Francesco, costruita in legno nel 1503, non esiste ovviamente più nulla e quella riedificata in pietra nella metà del XVI secolo, in seguito ristrutturata nel 1779, è da ricordare soltanto perché è consentito entrarvi obbligatoriamente senza scarpe, com’è di dovere nei templi induisti e musulmani. La sua maggior attrazione, infatti, ossia la salma di Vasco da Gama, morto proprio a Kochi la Vigilia di Natale del 1524, è stata riportata in Portogallo. La regola di non indossare le scarpe vale anche per accedere nella sinagoga, risalente al XVI secolo, ma soltanto per non danneggiare le maioliche del pavimento. Dopo aver ammirato le suddette bellezze, non aver visto nemmeno la coda di una vacca sacra ed essere stato tormentato, per tutto il tempo, da venditori di souvenir dozzinali, ho rinunciato a visitare la città nuova attorniata da luride baraccopoli. Credevo di non dover distruggere il mito dell’India Portoghese che, da anni, avevo in mente.

GOA, 26 MARZO

La lingua ufficiale di Goa, forse il più ricco Stato dell’India, è il konkani - una delle ventidue lingue riconosciute ufficialmente dalla Costituzione indiana - in alfabeto devanagari, con scrittura sillabica. Chi ne volesse sapere di più deve arrangiarsi da solo, perché all’arrivo mi ero già esaurito con il cambio di fusi orari. Mi sono subito arreso dopo aver letto che le vocali si dividono in brevi e lunghe, mentre le consonati possono essere sorde o sonore, aspirate o non aspirate e addirittura cacuminali. Era proprio il caso d’ignorare ciò che non si capisce. Il poema epico indiano Mahabharata si riferisce a questa terra chiamandola Goparashtra o Govarashtra, che significa ‘Nazione di mandrie di mucche’. Sennonché, non si hanno notizie di una sua concorrenza con Kochi. Abitualmente, però, quando si parla di Goa ci si riferisce a Goa Velha, i cui edifici religiosi del XVI e XVII secolo sono stati definiti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, non lontana dalla capitale Panaij, costruita dai portoghesi nella prima metà del XIX secolo.

Mentre mi accingevo a muovermi verso Goa Velha, ho creduto di dover percorrere sentieri di montagna, quando ho visto numerosi compagni di viaggio con zaini in spalla e bastone al fianco, come se dovessero affrontare le Tre Cime di Lavaredo. Invece, il tragitto dal porto di Mormugao a Panaji è in pianura e consente d’intuire l’esistenza di una popolazione numerosa, per le immondizie sparse a profusione sul ciglio della strada, anche in zone apparentemente disabitate. Si possono osservare, inoltre, incastrate tra svettanti palme e cespugli antiestetici, case, casupole, catapecchie, ville esteriormente quasi lussuose e condomini in fase di costruzione oppure diroccati. Una sorta di democrazia abitativa, combinata con l’anarchia edilizia. Però, a parte un cimitero di navi arrugginite, la visione più assurda e comicamente sorprendente è stata l’insegna del Rotary Club su un cancello sgangherato.

Il quartiere latino di Fontaghias, a Panaji, potrebbe ricordare il decoro abitativo durante la colonizzazione portoghese se non fosse sommerso dalla sporcizia, con i canali di scolo lungo i marciapiedi imploranti acqua. Persino le rupie che ho dovuto maneggiare erano spaventosamente sudice, forse per rammentare a tutti che il denaro è lo sterco del diavolo. Insomma, nella capitale dello Stato di Goa non vi è nulla da vedere, salvo un giardino pubblico sorprendentemente ben curato, e nemmeno da comprare qualcosa di decente. Felice di essere un pedone sopravvissuto al traffico di Panaji, dove la corrida di motorini e autovetture rende il traffico di Napoli un settecentesco minuetto, mi sono recato a visitare la Chiesa del Bom Jesus, consacrata nel 1605 dopo undici anni di lavori. Appena varcata la soglia della basilica, mi sono precipitato a osservare la bara d’argento, collocata in una cappella a destra dell’altare, contenente le spoglie di san Francesco Saverio, al secolo Francisco de Javier, tranne il braccio destro conservato a Roma in un reliquiario della Chiesa del Gesù. Sono stato spinto non dalla devozione, ma da un’infantile curiosità morbosa. Il missionario gesuita, infatti, morì il 2 o 3 dicembre 1552 a Shangchuan, isola costiera della Cina meridionale, e il suo corpo, miracolosamente fresco come se fosse appena morto, fu trasportato soltanto alcuni anni dopo a Goa. Secondo alcuni documentati studiosi, invece, i portoghesi avrebbero trafugato di contrabbando, da un remoto villaggio dello Sri Lanka, il cadavere relativamente intatto, per l’effetto di un medicamento ayurvedico (‘Siddalaoka Rasaya’) assunto durante la vita, di un celebre monaco buddista, Thotagamuwe Sri Rahula Thera. Naturalmente, sono rimasto con la mia curiosità, perché il feretro del santo spagnolo era avvolto nell’assoluta penombra. Molto probabilmente, anche se fosse stato collocato in piena luce, avrei visto soltanto i suoi paramenti sacri.

L’antistante Cattedrale della Se, invece, è dedicata a santa Caterina di Alessandria, condannata a morte come cristiana e decapitata, giacché la ruota dentata alla quale era stata destinata si era miracolosamente infranta. Completata nel 1619 e consacrata nel 1640, il suo biancore contrasta con il color mattone scuro del Bom Jesus e, senza la presenza dei turisti, le due basiliche parrebbero galleggiare nel vuoto metafisico di Goa Velha, con tre cani randagi, addormentati sotto un gigantesco albero di carrube, quali unici essere viventi. Ho visitato, infine, lo Sri Mangueshi Temple, ossia dedicato a una delle tante incarnazioni di Shiva, le cui modifiche apportate nel XVIII secolo mascherano la sua origine cinquecentesca. D’altra parte, anche Shiva è una divinità sfuggente, tanto da essere rappresentata perfino con sembianze androgine e invocata con un migliaio di appellativi differenti. Curiosa supremazia nei confronti Brahma e Vishnu, le altre due forme divine presenti nella Trimurti che, dunque, potrebbe essere irriverentemente immaginata come un trimonoteismo sbilenco. L’elegante tempio fu edificato in ricordo di un episodio più incomprensibile che strano. Parvati, la seconda moglie di Shiva, giacché la prima consorte del dio era morta suicida, si sarebbe recata a Goa in cerca del marito che, dopo un litigio, l’aveva abbandonata. Sennonché, Shiva le comparve dinanzi in sembianze di tigre intimorendola terribilmente, fino a farla vaneggiare. Non ho capito se, prima o dopo la grande paura provata, la dea, senza l’aiuto del marito, abbia partorito Ganesha divinità con quattro braccia e la testa d’elefante. Il tempio, dominato da una torre di sette piani, risalente al XVIII secolo, che assomiglia alla Torre di Pisa in stile orientale, è abbastanza suggestivo, ma non c’è niente d’interessante al suo interno, salvo l’effigie dorata di Shiva, con baffi arricciati e pizzetto alla moschettiera.

MUMBAI , 27-28 MARZO

Appena sbarcato nel porto di Mumbai, mi sono precipitato a visitare il Prince of Wales Museum of Western India, ossia il Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya, splendido esempio d’architettura indo-saracena risalente ai primi anni del XX secolo. Mi sono mosso velocemente, per sfuggire all’insistente assalto dei taxisti in cerca di preda, desiderando compiere il tragitto a piedi e immergermi nella realtà locale, dove straccioni e donne avvolte in variopinti sari si mescolano con suprema indifferenza. Il sistema sociale delle caste, anche se politicamente abolito, avendo un’antica giustificazione religiosa, che promette un’esistenza migliore nella reincarnazione, a patto di non ribellarsi alla transitoria espiazione di cattive azioni compiute nella vita precedente, infonde un’intima speranza in un futuro più felice, soprattutto nei derelitti, che non è difficile da capire. Il museo mi è sembrato eccellente, forse essendo reduce di un lungo periodo di astinenza, e didatticamente ben organizzato, sia per le audio-guide anche nelle principali lingue europee, escluso l’italiano, e per l’ottima pubblicazione con immagini e descrizione dei suoi capolavori.

Senza la pretesa di descrivere una città con oltre venti milioni di abitanti, dopo soltanto due giornate di soggiorno, ho avuto la sensazione d’essere arrivato finalmente in India. Mumbai è circondata su due lati dal Mare Arabico, possiede numerosi edifici civili da ammirare, cominciando dalla maestosa stazione ferroviaria Chhatrapati Shivaji, ossia il Victoria Terminus, tipica espressione d’architettura gotico-vittoriana, con guglie, pinnacoli, archi rampanti, vetrate e sculture di scimmie, pavoni ed elefanti. Con le sue diciotto piattaforme funziona dal 1888 e, verso le dieci antimeridiane, assomiglia alle fauci di un drago rigurgitanti centinaia di persone, che si dispongono ordinatamente in fila per salire su uno dei gialli e neri minuscoli taxi da ore in attesa. Non sono meno interessanti i palazzi circostanti, come l’attuale Municipio o la non distante Corte Suprema in basalto nero, ma soprattutto l’imponente Gateway of India, alta ventisei metri e inaugurata nel 1924, sotto la cui arcata centrale, il 28 febbraio 1948, è sfilato l’ultimo battaglione di fanteria inglese, per annunciare la fine dell’occupazione britannica e l’inizio del degrado urbanistico della città intera. La vista dei templi induisti, della sinagoga Keneseth Eliyahoo, della cattedrale anglicana di Saint Thomas e dei vasti parchi rende sopportabile il traffico cittadino, non soltanto caotico ma anche assordante per l’uso sfrenato dei clacson. Bisogna, però, chiudere gli occhi per non vedere i mendicanti: vecchi decrepiti, storpi d’ogni sorta e scheletriche giovani donne, con un bimbo sorridente tra le ossute braccia. È banale affermare che Mumbai è la città dei contrasti. Nel quartiere residenziale di Malabar Hill, situato su una collina prospiciente il Mare Arabico, non mancano le case diroccate, mentre la sottostante spiaggia della vastissima Back Bay ha un aspetto poco invitante. I decantati cosiddetti ‘Giardini pensili’, ossia l’Hanging Garden e il Kamla Nehru Park, invocano acqua e i numerosi corvi indicano la presenza di una realtà nascosta e misteriosa: le Torri del Silenzio.

Dietro la collina, infatti, esistono alcune inavvicinabili impalcature di legno, alte fino a una decina di metri, dove ancor oggi i Parsi, discendenti degli antichi rifugiati persiani e seguaci del mazdeismo, espongono i cadaveri dei loro defunti per farli scarnificare dagli uccelli rapaci. La consuetudine deriva dal fatto che, secondo la religione predicata dal profeta iraniano Zarathuštra, vissuto tra il XVIII e il XV secolo a.C., il fuoco essendo sacro non può essere avvicinato ai cadaveri, considerati impuri. Per la medesima ragione, i defunti non possono essere inumati, perché contaminerebbero la terra. Far scomparire le salme, grazie all’appetito degli uccelli, che volano via senza toccare il suolo, fu la geniale soluzione del difficile problema. Alcuni mazdeisti, però, suppongo con grande gioia degli impresari di pompe funebri, si sono modernizzati: ricorrono alla cremazione elettrica oppure alla sepoltura nel cemento, per proteggere la purezza della terra. Ovviamente, ai tempi di Zarathuštra, erano sconosciuti gli inquinamenti ambientali causati dalle industrie della nostra epoca.

Non solo avvicinabile ma anche meta turistica, invece, è l’immensa lavanderia pubblica a cielo aperto, ossia il Dhobi Ghat. La quantità di panni stesi, divisi per colore, ad asciugare sotto il sole è davvero impressionante. Come facciano i lavandai a individuarne i proprietari, per la dovuta riconsegna, resta per me un altro mistero dell’India misteriosa. Tutt’altra atmosfera si respira nel Tempio dedicato a Krishna che sarebbe l’ottavo avatara del dio Vishnu o, in altri termini, la sua incarnazione, avvenuta intorno al 3.000 a.C., nel figlio messo al mondo da una donna vergine. Krishna, prima di scomparire fisicamente, perché colpito una freccia nel calcagno, suo unico punto vulnerabile, avrebbe compiuto straordinari miracoli e si sarebbe comportato da buon pastore, soprattutto delle mucche. Animali sacri che consentono agli spiriti dei defunti di attraversare indenni un fiume sotterraneo, pieno di coccodrilli, per trovare sull’altra sponda un corpo nuovo da animare. L’interno del tempio, custodito da giovani monaci particolarmente gentili, trasmette allegria per colori, immagini e atmosfera nonostante il silenzio. Naturalmente, le analogie tra Krishna e Gesù Cristo sono troppe per non tentare d’incuriosire gli sprovveduti. Infatti, un monaco mi ha garbatamente donato un libretto di Steven Ro-sen, intitolato Christ and Krishna, che non ho ancora letto, ma presumibilmente sosterrà la lunga permanenza di Gesù in India.

Il buonumore, trasmessomi da Krishna, è subito svanito con la visita al Museo Mani Bhavan, anonima residenza del Mahatma Gandhi durante il suo soggiorno a Mumbai dal 1917 al 1934. Gli episodi più importanti della sua vita, rappresentati in una miriade di bacheche, ricordano tristemente i presepi napoletani. Ancor più tetra è la Chiesa Afgana, eretta dagli anglicani nel 1847 in memoria dei soldati britannici caduti nella prima Guerra anglo-afghana (1838-1842), della quale non avevo mai sentito parlare e che all’Inghilterra costò una delle peggiori disfatte durante la tragica ritirata da Kabul. Giacché gli automobilisti indiani considerano i pedoni entità fastidiosamente superflue, il rischio corso per accedere nei due edifici, attraversando gli stradoni che li fiancheggiano, mi parso un eroismo inutile. Sicché, ho anche rinunciato a vedere in quali condizioni fosse il bungalow dove nacque Rudyard Kipling, ammesso che qualcuno sapesse o volesse indicarmi la sua ubicazione. La fama dello scrittore, vincitore del premio Nobel a soli quarantuno anni, infatti, non è eccelsa in India, perché rammenta troppo il supponente colonialismo britannico. Il razzismo del creatore di Mowgli, però, passa in secondo piano al confronto della sua opinione sulle donne. Celebre, a tale proposito, è la sua dichiarazione: «Una donna è una donna, ma un buon sigaro fa anche fumo». Da accanito fumatore di sigari, come Kipling, ritengo invece che le donne siano anche capaci di emet-tere fuoco e fiamme. Ho lasciato Mumbai con il rammarico di non aver visto l’Isola di Elephanta e il Banganga Tank con i numerosi tempietti che lo circondano. Dubito, purtroppo, che ne avrò in futuro l’occasione. In compenso, però, poco prima della partenza, ho visto finalmente per la prima volta due vacche sacre, in contemplazione verso gli uffici della dogana, che sembravano domandarsi smarrite dove diavolo fossero mai capitate.

ABU DHABI, 31 MARZO

Abu Dhabi, capoluogo dell’emirato omonimo, secondo alcune fonti, sarebbe la città più ricca del pianeta, grazie all’enorme quantità di petrolio posseduta. La tribù beduina dei Banū Yās, cui si deve la sua fondazione nella seconda metà del XVIII secolo, deve ringraziare il dissenso religioso insorto con i wahhabiti che la indusse ad abbandonare la vita nomade nel non troppo ospitale altipiano del Neged, al centro dell’Arabia Saudita, per insediarsi su un’isola, anche se soltanto a 250 metri dalla costa, e dedicarsi all’allevamento di dromedari, alla produzione di datteri e alla ricerca di ostriche perlifere. Perciò, anche se nella tradizione islamica i beduini non sono annoverati tra i migliori credenti, nella circostanza Allah non deve essere stato dello stesso parere, pur dimostrando la sua totale benevolenza soltanto duecento anni dopo, con la scoperta di giacimenti petroliferi, fino a far diventare Abu Dhabi la capitale degli Emirati Arabi Uniti. In precedenza, ossia nel VII secolo, su un’isola vicina si era insediata una piccola comunità monastica cristiana, estintasi con il dilagare dell’Islam.

Per farla breve, tolto il Palazzo della Cittadella, risalente al 1761, Abu Dhabi di antico non ha proprio niente, mentre ha quasi tutto quello che può offrire il mondo moderno, compreso un circuito automobilistico di Formula 1, con incorporato un grande albergo. Offerta talmente smisurata da meritarsi l’opinabilmente lusinghiero soprannome di ‘Manhattan del Golfo Persico’, per le strade extra urbane a dieci corsie e per i grattacieli, che in mezzo secolo hanno sostituito le capanne di fango. Grattacieli di tutte le forme possibili e frutto di fantasie edilizie sfrenate, se non d’incubi notturni, come il verde pisello Al Dar a forma di disco o il contorto Capital Gate, più inclinato della Torre di Pisa, i cui incrociati rinforzi d’acciaio esterni lo rendono simile a un’enorme calza per ballerine di can-can obese. Sicché, l’edificio che sembra affetto da scoliosi è davvero insolito ma, ovviamente, per nulla sexy.

In breve, Abu Dhabi è una città che non sembra moderna ma addirittura appena costruita per stupire il mondo e in movimento per stupirlo ancora di più. Nel Manarat Al Saadiyat, infatti, si può ammirare il futuro aspetto dell’isola Saadiyat, una sorta di agglomerato urbano in vitro, che avrà musei dai nomi altisonanti: Louvre e Guggenheim. Tuttavia, l’edificio che lascia davvero senza fiato, pur non essendo esteticamente un’acrobazia architettonica, è la Grande Moschea bianca intitolata a Zayed bin Sultan al Nahayan, padre spirituale e materiale di Abu Dhabi. Basterà dire che il tappeto persiano del salone principale misura 5.600 metri quadrati e pesa 35 tonnellate, mentre il candelabro di maggiori dimensioni ha un diametro di 10 metri lineari. Insomma, al confronto del tempio, il lussuoso hotel Emirates Palace circondato da ottantacinque ettari di giardino, con centoquattordici tra cupole e cupolette, ossia pari al numero di sure del Corano, sembra una pensioncina di Viserbella. E non basta sapere che la sabbia finissima della sua spiaggia privata, lunga più di un chilometro, proviene dai deserti dell’Arabia e viene regolarmente cambiata. Per finire, ho riportato la frustrante convinzione che è inutile descrivere Abu Dhabi, perché tra alcuni anni sarà diversa. Se così non avverrà, la descrizione degli attuali grattacieli è superflua, giacché le fotografie li illustrano molto meglio delle parole, anche se non trasmettono il senso di stordimento che si prova stando ai loro piedi e non procurano il torcicollo causato dal camminare con il naso in aria.

Eppure, l’impatto inziale a Port Zayed è stato disarmante. Mi è parso che la nave avesse calato l’ancora nel bel mezzo di un qualsiasi deserto, con la differenza che in distanza si vedevano non verdi oasi, ma grigi casermoni, mentre i bus navetta, per raggiungere il centro città, funzionavano con la frequenza e la celerità dei treni regionali italiani.

(5 – continua)

Giugno, 2020