Funamboli

Funamboli

Roberto Bianchin

Sarah Guyard Guillot, per tutti semplicemente Sassoon, francese, madre di due figli, se n’è volata via che aveva solo trentun anni. Pochi, troppo pochi, per andarsene. È volata via dopo un volo di quindici metri, causato dallo sganciamento del cavo di sicurezza, un attrezzo che gli addetti ai lavori chiamano longia. Si è schiantata a terra, senza un grido, davanti a migliaia di spettatori, nel teatro Mgm Grand di Las Vegas dove stava andando in scena, per l’ennesima replica, lo spettacolo del Cirque du Soleil.

Sarah era un’acrobata.

Gli spettatori non hanno capito subito. Pensavano a un effetto speciale. Credevano che la caduta facesse parte dello spettacolo. Fosse un espediente per aumentare l’emozione. Stavano in un silenzio sospeso. Aspettavano che Sarah si rialzasse, e ritornasse a volteggiare leggera, lassù in alto, sotto la volta. Aspettavano di applaudirla, sollevati, liberando un sospiro. Invece no. Sarah non si alzava. Non si è alzata più. Non era una finzione teatrale. Non era un trucco da circo. Sul palco recitava la morte, e aveva il ruolo del protagonista.

Nei circhi di una volta, quando cadeva l’acrobata, o la tigre azzannava il domatore, lo spettacolo non si fermava. The show must go on era l’imperativo al quale tutti si attenevano. Lo spettacolo deve continuare. Gli inservienti si precipitavano in pista a coprire il sangue con la segatura mentre i colleghi dell’artista caduto lo alzavano da terra, gli buttavano un mantello sulle spalle, e lo portavano via come se fosse ancora vivo, sostenendolo per le ascelle uno da una parte e uno dall’altra. Muovendogli un braccio gli facevano anche salutare il pubblico, come se fosse solo ferito. «Non è successo niente di grave, l’artista sta bene e si riprenderà presto», rassicurava bluffando nel megafono il direttore del circo. Poi scostava il megafono e sibilava dietro le quinte: «Mandate in pista i clown, presto!». Il pubblico, sollevato, applaudiva freneticamente, l’orchestra attaccava una marcetta vigorosa a volume altissimo, i clown facevano irruzione mettendocela tutta, fra urla, schiamazzi e capriole, per far dimenticare in fretta che su quella pista era appena entrata in scena la morte.

Al Soleil, quando Sarah è volata, non hanno fatto continuare lo spettacolo. L’hanno sospeso. Un annunciatore ha spiegato che i biglietti sarebbero stati rimborsati. Meglio così. Giusto così. I tempi sono cambiati, non c’è più bisogno di barare, non c’è più bisogno che lo spettacolo continui per forza. È preferibile che entri in pista la pietà. È meglio fermarsi. Che ci sia tempo per il dolore. Per piangere un artista. Il collega scomparso. L’amico caduto. Per riflettere su uno strano mestiere.

Sarah era un’acrobata.

È destino che gli acrobati cadano. È destino che gli acrobati muoiono. È logico più che destino. È scritto nel mestiere che si sono scelti. È scritto nella loro vita. È scritto nel loro dna. Non ci scappi. Puoi solo sperare che non ti succeda. Che non succeda a te. O che, se deve succedere, avvenga il più tardi possibile.

Philippe Petit, francese, è un acrobata. Per l’esattezza, un funambolo. Il più grande funambolo del mondo. L’uomo che, tra molte altre imprese, ha attraversato su un filo la distanza tra le guglie di Notre-Dame di Parigi e tra le Torri Gemelle del World Trade Center di New York. «Possiedo la saggezza di colui che una volta è caduto — spiega — quando mi si dice che un funambolo s’è sfracellato al suolo, rispondo: “Ha avuto ciò che si meritava”».

Cinico e duro, in apparenza, e contrastante con la sua anima di poeta. Ma efficace. E realista, soprattutto. Vuole dire che il trapezista, l’acrobata, il funambolo, sanno. Sanno che si sono scelti di giocare la partita della vita. E che l’avversario della partita di ogni giorno che vanno in scena è la morte. Sanno anche che un giorno la perderanno quella partita. E cadranno dal trapezio e dal filo.

Philippe Petit, che ha scritto alcuni libri bellissimi, profondi, filosofici, l’ha raccontata la paura della morte: «So che questa angoscia riapparirà. In un giorno tremendo mi aspetterà ai piedi della scala di corda», scrive nello splendido Trattato di funambolismo (Ponte alle Grazie, 1999). «Avrò un bell’agitarmi, prendermi gioco di lei, ma il giorno dopo sarà ancora lì, nel mio camerino, mentre indosso il costume con mani umide per lo spavento. In seguito tornerà nei miei sogni. Mi schianterò mille volte in rimbalzi lenti sulla pista d’un circo, in assenza di peso. Al risveglio sarà su di me, vischiosa, indelebile, non mi lascerà mai più. E di questo, dio mio, ho una paura folle. D’immaginare che, una sera, abbandonerò il filo come tanti toreri hanno rinunciato alla sabbia dell’arena per rifugiarsi nella vita; di dover rispondere: “ho avuto paura. Ho incontrato la Santa Paura. Essa mi invade e mi succhia il sangue”, io che speravo nel dono più caro ai funamboli — una fine sul filo — lasciando agli uomini l’ingiuria d’una maschera mortuaria sorridente, io che esortavo gli altri sulla corda: “sappi che la vita è breve. Cosa c’è di più audace d’un uomo felice in pieno volo? Di troppe feste non hai saputo approfittare”, io, fragile funambolo, minuscolo e tremante, mi distoglierò per nascondere le mie lacrime, e la mia paura».

Luglio, 2013