La mia magia del circo

La mia magia del circo

Tudy Sammartini

Quando passavo gli inverni a San Remo mi arrampicavo spesso per la collina d’Oneglia da dove ho visto, guardando in giù, ondeggiare una foresta di piante e una casa che sembrava fatta come i giochi di sabbia che facevo da bambina sulla spiaggia del Lido. Scendo per una scala e mi ritrovo davanti a un luogo che solo un fanciullo può immaginare: la Villa Bianca di Grok.

Uno scorcio del parco di Villa Bianca detta Grock dopo il restauro (foto di Alessandro Gallione - www.flickr.com/photos/mastino70/)

Charles Adrien Wettack, l'ultimo grande clown Grock, nasce nel 1880 a Reconvilier, nel Cantone svizzero bernese. Quando sposa Ines Ospiri, una signora d'Imperia, s'innamora della bellezza dei luoghi e nel 1927 compera la sommità della collina d'Oneglia dove si fa costruire dal geometra Brignale quello che Orio Vergani nel 1977 descrive così:

«Andai a trovare Grock una trentina di anni or sono, nella sua villa di Oneglia. Allora dissi che la sua villa mi piaceva. Non volevo dare un dispiacere all'uomo che, forse dopo Charlot, era quello che mi aveva fatto più ridere al mondo. La villa doveva essergli costata gran parte dei suoi guadagni, fra terreno, piscina, palazzina, loggiati, pergolati, scale, verande e veroni. Non osai dire a Grock che non avevo mai visto un edificio più imbarazzante da giudicare: un 'Vittoriale' come può sognarlo un clown. Grock aveva voluto regalarsi una casa di lusso, che 'grondava' ricchezza, come un gigantesco lavoro di pasticceria. Marmi, alabastri, mosaici, vetrate istoriate, balaustre che in ogni colonnina ripetevano in caricature il ritratto del padrone di casa: un'architettura bombeé, panciuta, arteriosclerotica come quella di certe facciate dei vecchi cabarets di Montmartre».

Anche se impietosa la descrizione di Vergani fa capire che villa e giardino sono la proiezione reale del mondo di Grock, clown bianco, realizzati con la precisione e la capacità tecnica di un orologiaio svizzero, mestiere del padre e suo primo lavoro. La villa, nel continuo gioco dei rimandi delle sue quarantasette stanze, sovrasta e abbraccia con la scalea a semicerchio il parco di settemila metri quadrati. Quello che al tempo della mia visita era un desolato rudere, anche se oggi restaurato, pur sempre accozzaglia di stili, frutto dell'esperienza di vita del proprietario, era il regno incantato del clown bianco, sogno e incubo insieme. La sua vita astrale dipinta sulla volta della loggia che si apre sul giardino si espandeva sul palcoscenico pervaso dalle sue immagini moltiplicate all'infinito dai molteplici e complicatissimi giochi d'acqua. Quando vi sono andata le porte erano sfasciate e tutte le pareti dell’interno erano ricoperte di preziosi tessuti Fortuny, diversi in ogni stanza, che cadevano a lunghe strisce stracciate. Ne ho preso per ricordo vari pezzetti.

Ancora oggi il fantasma dell'orologiaio svizzero, esperto di alchimia ed esoterismo, aleggia sulle panciute colonne, pinnacoli e capitelli in conglomerato di cemento indistruttibili e perfetti. L'acqua, fonte di vita, raccolta nella grande cisterna alimentata dal pozzo, usciva in mille spruzzi da un simbolico fungo, sormontato dalla corona di clown. Inghiottita dal terreno riappariva spumeggiando nella grande vasca ovale, alimentata da due giganteschi zampilli e da altri quattro che sgorgavano dalla cupola del tempietto al centro della vasca, raggiungibile attraverso un ponte. Un complicato sistema idraulico riciclava e ossigenava l'acqua usata anche per l'irrigazione. Durante le fantasmagoriche feste arricchite dall'illuminazione degna dei giochi d'acqua, alle quali partecipò spesso l'amico Charlot, il tempietto accoglieva l'orchestra fornendo un acustica perfetta. In questo luogo di fiaba moriva il 14 luglio del 1959 tutto solo e triste Grock, che con una sedia, un pianoforte, le scarpe sformate e tanta farina sulla faccia aveva fatto ridere mezzo mondo.

Delle palme, agavi, cactacee, mimose e fiori preziosi provenienti dai vivai Winter oggi sopravvivono una preziosa livingstona australis, gli immensi cedri del Libano alcune palme washingtonia filifera e robusta, due tuie dell'Himalaia, siepi di pitosforo e un gigantesco ulivo che apparteneva al paesaggio originario. Villa Bianca dovrebbe diventare il museo dedicato a Grock; penso invece che il mago, così fino da bambina ho considerato il clown bianco, volesse che la sua creatura scomparisse con lui, come mi disse una volta Fellini.

Mi ricordo il film di Fellini: I clowns. Da bambina a Pieve per carnevale arrivava il circo; anche se mi caricavo di raffreddore non ne perdevo una sera, accompagnata da Andrea, il vecchio cameriere di casa.

Nel periodo del premio Commisso, Fellini andava spesso dall’amico Andrea Zanzotto e giravano assieme per la campagna. Una volta Fellini disse: «Certi punti di queste colline hanno in sé un’aria di aldilà».

Un ottobre, in una mattina piena di sole, vedo dalla finestra della casa a Collalto arrivare un macchinone che sputa vari personaggi. Guidano la fila Andrea Zanzotto e riconosco Fellini. Li faccio entrare tutti.

Il camino era acceso e spandeva tepore trattenuto dalla caliera piena d’acqua; vado in cantina prendo il mio prosecco, una formaggella che facevo con il latte quando la latteria non veniva a prenderlo perché ce ne era troppo poco, e il pane fatto nel forno della cucina a legna. Il primo momento è piacevole poi, la coda di Fellini da buoni romanacci, comincia a girare per la casa e a ficcare il naso in ogni luogo, cosa che mi mette di cattivo umore. Fellini mi guarda sorridendo: «Io ti piaccio vero? Sono amico di Andrea, mi ha parlato di te… però non ti piace la mia coda, adesso andiamo a passeggio nel bosco». ★

Gennaio, 2013

Collegamenti: 

www.villagrock.com

Altre immagini: 

Charles Adrien Wettack, l'ultimo grande clown Grock, nel 1928 (wikipedia.org)
I clowns, di Federico Fellini, 1970 (www.dvdbeaver.com).