La poesia del pallone che finisce in mare

La poesia del pallone
che finisce in mare

Pensieri niente affatto cattivi

Gianni Mura

Ci piace ricordare Gianni Mura, il grande giornalista e scrittore recentemente scomparso, riproponendo un suo scritto di alcuni anni fa, pressoché sconosciuto al grande pubblico, essendo rimasto confinato, e anche per un breve periodo, in una sola città, pure prestigiosa: quella di Venezia. Si tratta della prefazione che, su istigazione del suo amico e collega a Repubblica, il veneziano Roberto Bianchin, scrisse nel 2007 (in cambio di una maglietta col numero dieci e il suo nome) per il libro "Cent'anni da Leoni" curato da Sebastiano Giorgi e pubblicato da Finegil, in occasione del centenario della squadra di calcio della città lagunare, che allora militava in serie C. A conferma che un fuoriclasse non si occupava solo di grandi squadre. Con una rivelazione e una sorpresa: il piccolo Venezia era tra le sue squadre del cuore.

Gianni Mura (fonte: feltrinellieditore.it).
Lo stadio "Pier Luigi Penzo" del Venezia calcio a Sant'Elena (fonte: veneziafc.it).

Qui si contemplerà l’apparente paradosso di una città tra le più famose del mondo con una squadra di calcio tra le meno famose. E nemmeno è il caso di stupirsene, visto che la squadra ha vinto solo una Coppa Italia ed è passato tanto di quel tempo che se ne ricordano solo quelli coi capelli bianchi. Ma non è vero che nel calcio contano solo i risultati. Conta di più avere dei ricordi, belli o brutti che siano (battere il Milan, per esempio). Sotto questo aspetto, il Venezia che compie cent’anni è una squadra come le altre. Sotto altri aspetti no.

Altrove, un pallone tirato con forza, ma fuori bersaglio, non finisce in mare. In laguna, per la precisione. Ma sembra mare, e comunque l’acqua è salmastra. Questa è la sublime bellezza di Sant’Elena, il lato poetico. Come nei quadri di Chagall volano ragazze, capre e violinisti, e vien voglia di volare con loro, così m’incanto a pensare ai palloni che sono finiti in acqua. Come andava, poi? Se li fregavano? O c’erano dei barchini di recuperanti? Più probabile la seconda. E’ bello, dà ossigeno, pensare al pallone in mare in tempi che esigono quattro arbitri oppure la moviola in campo.

Quando lavoravo alla Gazzetta dello Sport (si parla di una quarantina d’anni fa, ero quasi magro) era attesissima la sfida Gazzetta – Resto del Mondo. Che era, più modestamente, redazione calcio contro le altre redazioni, dal ciclismo alle varie. Si giocava in tarda primavera a Sacca di Colorno, arbitro fisso Michelotti (perché Parma era a due passi), tecnici in panchina Zanetti e Raschi. A un metro dal lato lungo del campo scorreva il Po, quindi ad ogni uscita in fallo laterale il pallone andava nel fiume, già allora con brutte acque color cappuccino carico, e dei bambini su un barchino lo recuperavano con una rete. Gesto indispensabile, perché di pallone ce n’era uno solo. Michelotti era molto attento a far finire la gara in parità, all’occorrenza inventandosi un rigore a favore di quelli del calcio, ma l’ultima volta finì 5-4 per noi del RdM.

Ci ho ripensato e m'è venuto in mente Silvio Smersy, un centravanti bislacco che ogni stagione cambiava maglia e che naturalmente è passato anche per Venezia. Il regista Castellani l’aveva scelto per fare da protagonista, con Lea Massari, del film “I sogni nel cassetto”, ma Nereo Rocco lo dissuase dal preferire il set al campo. Smersy giocò anche a Trieste e aveva un sogno ricorrente. Battere un calcio d’angolo a Valmaura, in un pomeriggio di bora, e andare lui stesso a segnare di testa sul suo cross. Un’altra sua idea era che non si dovessero calcolare, nella classifica dei marcatori, i gol segnati di testa. “Se si dice calciatore e non testatore una ragione ci sarà”, diceva.

Di giocatori strani ne sono passati molti, da Venezia, e penso che tutti siano ricordati nelle pagine che seguono. Adesso preferisco parlare della maglia, che per me è bellissima, tra le più eleganti. Parlo di quella a righe nere e verdi, braghette nere, usata per un breve periodo, ma me la ricordo bene. Non di quella originaria, dai colori cittadini, piuttosto pompo setta e cardinalizia. Anche le righe orizzontali viste qualche anno dopo Recoba non erano male e rendevano l’idea di una squadra operaia, tutta sudore e corsa, di un calcio con spirito rugbistico che è poi il sano calcio di provincia. Ed è curioso che si parli di calcio di provincia, come fosse Empoli o Monza , per una squadra che rappresenta una delle città più famose nel mondo. Ma la realtà è questa. Anche qui, però, si tratta di capirsi. Nei suoi alti e bassi, il Venezia non s’è negato nulla, dall’Olimpico di Roma al campo del Mira. Una serie A con molti occhi al bilancio potrebbe forse permettersela.

Chissà se è vero che il nero e il verde stanno a ricordare il colore delle gondole e quello della laguna. Se non è vero è ben pensato. A Vigevano dev’esserci un solo tifoso della Fiorentina ed è mio cugino Sergio. Da piccolo ha fatto la sua scelta: la maglia viola in Italia l’aveva solo la Fiorentina, ecco perché avrebbe tifato per la Fiorentina. Il neroverde (col tocco d’arancione entrato dopo la fusione con la Mestrina) non è esclusiva del Venezia, in Italia, ma il verde resta comunque un colore poco usato. Per questo, quando tifavo, avevo il Venezia come seconda squadra, in alternativa la Spal. Raffin, Ardizzon, Bonafin, Barison, Milan (la bellezza dei cognomi tronchi, in tempo di omologazione) li ricordo bene, come Bartù, Bubacco e Manfredini e Bertogna. Quando a Giacinto Facchetti chiesero il nome dell’avversario che l’aveva messo maggiormente in difficoltà, lui rispose: Bertogna, del Venezia. E Paolo Maldini, alla stessa domanda: Pagano, del Pescara. E sì che di ali destre (scusate se uso una terminologia obsoleta) più celebrate i due ne avevano incontrate. Ma è doppiamente apprezzabile la loro onestà: ricordare e riconoscere che un piripicchio (in senso buono) di una squadra di provincia può mandare in crisi un campione. E questo è il bello del calcio, come il pallone che finisce in mare.

E’ un bello facoltativo. Per esempio, visto com’è fatta Venezia, andare allo stadio in vaporetto è un bello obbligatorio. O in barca, in motoscafo, in gondola. Tra l’altro, si evita il problema delle auto danneggiate nei parcheggi. Ma Venezia quanto a tifo è una città molto tranquilla, con una curva (forse l’unica del Nord Est) politicizzata a sinistra e attenta al sociale (Chiapas compreso), e questa è un’altra cosa bella. Meno bella che al posto della trattoria da Nane, dietro Campo San Bartolomeo, culla del neonato Venezia ci sia un locale cinese, ma così va il mondo. Consolante invece, in una città dove si ascoltano cento lingue diverse, che i cicheti siano rimasti cicheti. Non amuse-bouche o, peggio ancora, stuzzichini. Osteria è storia (lo dice l’anagramma). Se ci sei batti un folpo lo dico io, per divagare, ma se volete un anagramma di “neroverde”, in una città dal magico realismo, eccolo: rende vero.

Rende vero anche Recoba, inteso come giocatore di calcio: fatto non raro ma unico, da aggiungere alle unicità di Venezia. Un paio d’anni fa incrociai Massimo Moratti al solito ristorante dopo una partita in notturna (dicono che Milano è una metropoli, ma le scelte sono limitate) e mi disse cordialmente: tra lei e me ci sarà sempre un Recoba di mezzo. E io gli risposi: non solo tra lei e me, ma anche tra l’Inter e la vittoria. Morale, ognuno s’è tenuto la sua idea. Ma nel piccolo Venezia, non so se dipendesse tutto da Novellino, Recoba è stato un grande giocatore, generoso di sé, pronto a lottare come raramente in una carriera nella grande Inter. Ma in quel campionato in laguna Recoba era la perla finita, chissà come, in una vongola, era lo scampo in saòr.

E non faceva il veneziano, termine molto usato negli oratori lombardi (anche lì un rigore ogni tre corner). Variante: ohé, venessia, pàsala chi. Variante colta: venezianeggiare. E’ l’ultimo paradosso contemplato, in un vocabolario calcistico che non contiene milaneggiare, romaneggiare, torineggiare. Un doppio paradosso, perché il “veneziano” nel calcio rappresenta l’opposto della squadra operaia con spirito rugbistico, solida e solidale, priva di primedonne, compatta e consapevole nella sua non grandezza. Ultimamente ha preso a venezianeggiare perfino Gattuso, ma basta paradossi. Auguri al Venezia per i suoi cent’anni e una speranza, dopo che ho visto i piani per ristrutturare lo stadio. Per favore, che ci sia ancora e sempre, per un onesto pallone, la possibilità di finire in mare.

Maggio, 2020