Non solo immagini io catturo emozioni

Cineprese in chapiteau

La vita curiosa e affascinante di Roberto Guideri, tutta spesa a filmare i lati oscuri e lucenti del più grande spettacolo del mondo e del suo più grande amore: il circo. Telecamera in spalla, si aggira furtivo ormai da lustri tra i carrozzoni circensi di mezza Europa, e racconta con perizia e dedizione una realtà seducente, ostica e sfuggente. La cinepresa non mente mai, dice. Io racconto storie e cerco di trasmettere emozioni. Il mio circo ideale è quello che lavora col cuore. Il colpo di fulmine negli anni Cinquanta a Livorno, al circo Krone. Dopo il virus il circo tornerà e sarà migliore. I circensi sono persone tenaci, abituati alle intemperie. Ce la faranno.

LIVORNO — La fotografia e la cinepresa, insieme ai libri, rappresentano i testimoni più affidabili di fatti e avvenimenti avvenuti moltissimi anni addietro. Per questo motivo, vecchie fotografie sbiadite, o brevi estratti video di scarsa nitidezza, sono conservati come cimeli da esibire all’occorrenza. La storia del circo vanta un nutrito assortimento di reperti fotografici, cinematografici, documentaristici, disseminati all’interno di attrezzati musei privati di collezionisti e aficionados. Un dispensatore seriale di immagini in movimento, è il livornese Roberto Guideri: baffo birichino, modi garbati e oratoria scoppiettante. Da ormai diversi lustri, si aggira furtivo con telecamera in spalla, tra i carrozzoni circensi di mezza Europa. Racconta con perizia una realtà seducente, ostica e sfuggente. Ha acquisito inevitabilmente un nutrito bagaglio di ricordi, frutto di incontri e frequentazioni consumate all’ombra del tendone. Abbiamo provato a farci raccontare le sue esperienze direttamente da lui, e non sono mancate di certo le gradevoli sorprese.

Esiste una data che lega in qualche modo i tuoi due interessi: cinepresa e circo?

«Sono nato nel 1943: l’Italia era in guerra e c’era poco da stare allegri, anche se in quel momento pensavo solo a poppare. Le privazioni e le paure erano tante, ma la gente, spesso, trovava anche il tempo e la forza di cantare. Eravamo sfollati, in campagna, ed in lontananza si udiva il rombo del cannone: stavano bombardando la mia città, Livorno. Ma ciò nonostante, a volte, nei momenti di silenzio, qualcuno accennava» fiorin fiorello l’amore è bello» o «vivere senza malinconia». Incoscienza? No, è la voglia innata del genere umano di voler, appunto, vivere, ricominciare, sperare. Mia madre aveva una bella voce e si univa spesso al coro, mio padre invece se accennava una canzone i fiori appassivano. Fortunatamente, ho preso da mia madre e la musica mi è rimasta dentro, diventando la mia prima passione. Poi rientrammo a Livorno ed affrontammo le gioie e i dolori del dopoguerra».

Com’erano quei tempi?

«Riaprirono i cinema, i teatri, e arrivò il circo (o meglio, l’arena all’aperto). Un fatto curioso mi è rimasto impresso, testimone dei tempi: mio padre aveva, con sacrificio, comprato la prima radio, ma morì suo padre all’improvviso ed essa rimase nascosta per un anno in un armadio per il lutto: io, all’oscuro di tutto, continuavo ad andare a sentire le canzoni dalla famiglia di fronte. Spesso mio nonno la domenica mi portava al cinema a vedere i doppi film in seconda visione (costava meno), e lì nacque il mio secondo amore; così i miei per Natale mi regalarono la lanterna magica, che goduria! Proiettavo su un lenzuolo steso fotografie o cartoline, il tutto accompagnato dal suono della musica del mio primo giradischi: la gente del palazzo veniva per poter ammirare quella meraviglia. A mia madre piacevano molto le operette, e un suo cugino, che faceva il suggeritore, ci invitava spesso. Mio padre invece preferiva il varietà con i comici dell’epoca: Dapporto, Macario, Totò, ma grazie a entrambi nacque anche il mio terzo amore, il teatro. Non trascuravo il backstage, così lì conobbi un po’ tutti: pensa che a Carletto Dapporto ho passato anche qualche barzelletta».

Il primo circo?

«Un colpo di fulmine. Negli anni ‘50, arrivò a Livorno un grande circo tedesco: il Krone. Montò davanti alla stazione e ci vollero due piazze per accoglierlo tutto, insieme al grande zoo. Che spettacolo, che emozione! Non avevo mai visto nulla del genere: musica, colori, artisti, animali, un nuovo mondo che era apparso dal nulla, tra le ancora tante macerie, e che forse aspettavo da tanto senza saperlo. Mi innamorai del circo, dei suoi odori e dei rumori, e per tutto il tempo di permanenza in città non persi nemmeno uno spettacolo, da fuori. Soldi per rivederlo non ce n’erano, e quando tentai di sgattaiolare dentro la tenda, un tedesco mi beccò subito e mi riportò fuori. Poi vennero gli anni ‘60, mi comprai la prima cinepresa 8 mm, e a Livorno arrivò un altro circo colossal: l’Americano dei fratelli Enis, Bruno, Willy e Adriana Togni. Alzarono l’immenso chapiteau nel piazzale di fronte alla Terrazza Mascagni, proprio davanti al mare, uno spettacolo nello spettacolo. Per la première c‘era talmente tanta gente che la parata iniziò con il pubblico in pista, rimasto senza posti a sedere, tanto che ci volle l’intervento dei pompieri. Quale miglior occasione per usare la mia prima cinepresa».

Hai conosciuto molti direttori di circo. A quale, o a quali, sei più affezionato?

«Sì, ne ho conosciuti molti, ma non sono in grado di fare classifiche. Ognuno di loro ha lasciato in me bei ricordi e mi ha insegnato qualcosa, tranne quelli che mi impedivano di filmare: loro non li ricordo volentieri. Gli episodi sono tanti e tutti piacevoli: una volta a Napoli, al Circo Medrano, mi truccarono e vestirono da clown e feci lo charivari insieme a loro attaccato alla coda di un cavallo gigantesco che correva intorno alla pista. Una volta per riprendere meglio un lanciatore di coltelli mi sostituii alla partner, diventando il suo bersaglio».

Degli artisti che hai visto all’opera, ce n’è qualcuno che ti è rimasto impresso più di altri?

«La cinepresa non mente mai: se uno in pista è artista, nel vero senso della parola, se ne accorge subito. Tutto sta nei dettagli: come si presenta, si muove, come esegue il numero e non importa se è un trapezista, un domatore o un verticalista, se c’è la stoffa l’emozione arriva, ed io tento di tradurla in immagini. A me poi piace molto il clown, sia esso Tony che Bianco, e con loro mi è più facile costruire storie cinematografiche».

Hai all’attivo migliaia di ore di riprese, ci sono alcune di cui vai particolarmente fiero e perché?

«Sicuramente le sei ore che documentano la vittoria della famiglia Casartelli al Festival del Circo di Montecarlo occupano un posto di rilievo nel mio cuore. Fu una maratona di riprese, dieci giorni, che è stata recentemente riprodotta in streaming in sei puntate di grande successo. Non posso poi non citare le trasferte a Damasco e Doha, per documentare il successo del circo italiano nel mondo. In questo caso si trattava di due grandi insegne: Darix Togni e Florilegio».

Nei secoli scorsi, tanti sono gli artisti che si sono distinti per le loro abilità, quali di questi avresti voluto immortalare con il tuo obiettivo?

«Più che immortalare un artista io voglio raccontare una storia, e per raccontarla mi devo riferire agli artisti di oggi, che fortunatamente non mancano».

Raccontaci una giornata particolare, o un periodo magari, che hai vissuto sotto lo chapiteau e non riesci a dimenticare, e se hai mai avuto la tentazione di fuggire col circo.

«Una volta dovetti fare una serie di riprese al circo di Moira Orfei, per le quali mi occorrevano molti giorni. Mi fu proposto da Stefano un campino tutto mio, con tutti i confort: lì passai giorni meravigliosi. Mi svegliavano il barrito dell’elefante o qualche tigre in amore. Scendevo tre scalini ed ero già lì, al circo, pronto per le riprese. Fuggire con il circo no, ho ben chiara la differenza che c’è tra noi e loro ed anche i loro maggiori sacrifici a cui noi non siamo abituati, per cui il circo va bene così: un periodo e poi la gioia di ritornarci».

Di quale circo, se potessi, non smetteresti mai di accumulare immagini su immagini?

«Il mio circo ideale, grande o piccolo che sia, è quello che lavora con il cuore e di conseguenza trasmette emozioni, perché è questo che cerco di filmare. Per questo un mio video si intitola «A caccia di emozioni”. Naturalmente, per tentare di raggiungere l’obiettivo, mi faccio aiutare dalla musica, il mio primo amore, perché la musica nei miei video deve sostituire la parola e fondersi con le immagini. Riepilogando, i miei video sono il risultato di tre mie grandi passioni: circo, cinema e musica (anche se non ho voltato le spalle al teatro ma quello, appunto, è poco cinematografico)».

Come vedi la situazione del circo tradizionale italiano? Non sarebbe opportuno, finalmente, usciti da questo brutto periodo, investire il senso di marcia e concentrare le forze sulla qualità dell’offerta artistica?

«Il circo tradizionale italiano stava già passando un brutto momento prima dell’arrivo di questa «peste». Ora sono tutti fermi e in difficoltà, ma non mancano gli aiuti dalla gente che continua ad amarlo. Anche lo Stato però si dovrà ricordare di loro, della loro storia e della funzione sociale che rappresentano. I circensi sono comunque persone tenaci, abituate alle “intemperie”, ce la faranno, ma dovranno sfruttare questo periodo per ripensare agli errori commessi. Il mondo è cambiato, e c’è adesso la necessità di proporre una offerta ”senza trucco e senza inganno».

Le nuove forme di circo, ti affascinano?

«Sai, una volta un amico mi ha paragonato a un programma di successo della RAI degli anni 70: «Odeon, tutto quanto fa Spettacolo». Ecco, io alla fine amo tutto ciò che fa Spettacolo, ma che spettacolo sia!»

Non solo immagini io catturo emozioni