Un dinosauro in laguna

Un dinosauro in laguna

Osservazioni lagunari di un arcaico navigante

C’era un tempo in cui i dinosauri dominavano la terra. La citazione è da una fortunata serie di film in cui i dinosauri dopo centinaia di milioni di anni dalla loro estinzione tornavano a ripopolare la terra con prevedibili e drammatiche conseguenze.

Un esemplare di diplodoco lagunare (immagine S.P.).
Un esemplare di diplodoco lagunare (immagine S.P.).

VENEZIA - Ora in laguna sono ancora presenti delle strane anacronistiche creature (per fortuna molto poche) sopravvissute ad un’epoca in cui la Laguna era uno specchio d’acqua che con la pesca dava da mangiare ad intere comunità (da Chioggia fino al Cavallino); dove si poteva navigare senza problemi anche con barche di legno (che obbrobrio); si poteva vogare e raggiungere il Bacàn o Poveglia con calma e senza fretta; si poteva navigare a vela (al terzo) anche in Laguna Nord costeggiando le Vignole per raggiungere il Lazzareto Nuovo e il Canal Tresso.

Ma si sa la modernità è velocità: abbiamo strade a scorrimento veloce, fibre ottiche super veloci, abbiamo automobili sempre più potenti per andare sempre più veloci, aerei più veloci, navi più veloci, treni più veloci. Il tempo non può essere sprecato: tutto deve scorrere, essere usato, essere raggiunto nel minor tempo possibile.

Le nuove generazioni sono nate con questo preciso messaggio e fanno fatica a capire cosa significa spostarsi guardandosi attorno, assaporando il piacere del viaggio, hanno bisogno di sentire il rumore del motore, il vento tra i capelli (magari accompagnato dal rimbombo ritmico dello stereo a tutto volume): non è importante dove si va, ma come si va. Veloci.

Ma torniamo ai dinosauri, assieme ad un gruppo di scapestrati ed irriducibili amici posseggo una barca di legno (ahi) tra l’altro costruita assieme ad un amico maestro d’ascia (ahi ahi) con la quale pretendo di poter navigare in tutta la Laguna (ahi ahi ahi) ma la cosa più grave e insensata anche a vela (quadruplo ahi).

Se qualcuno di voi ha fatto un giretto in Laguna nei fine settimana avrà potuto constatare quanto le imbarcazioni da diporto siano aumentate. Per diporto s’intende barche in plastica che si guidano senza patente, dette Open, con il loro bel quaranta cavalli, qualche volta truccato a settanta, il volante (che è così comodo: sembra di essere in macchina). il tendalino per le noiose soste al sole (per fortuna poche, è così bello andare veloci senza sapere dove).

Poi ci sono i barchini guidati dai (speriamo) sedicenni; qualche volta vedo alla guida ragazzini che vanno ancora alle medie. Questi sono la categoria più sensibile alla modernità perché scatta la competizione. E per la competizione la velocità è tutto: sfrecciano ovunque con un motore che è più grande della barca. La domanda spontanea è: chi ha comprato quei bolidi? chi paga la benzina? chi paga l’impianto stereo e il set luci? Quei motori tirati al massimo consumano come un camion. Ma forse i genitori sperano che i pargoli diventino un giorno campioni di motonautica.

Infine ci sono i siori. Questa è la categoria dei fortunati possessori di barche che potrebbero attraversare l’Atlantico in tempesta, ma che invece girano per la Laguna. Provocando loro la tempesta: con onde inversamente proporzionali al quoziente intellettivo del Capitano che le guida orgoglioso, spesso per mascherare, con tanta scintillante moderna opulenza, la panza e la calvizie incipiente alle fortunate donzelle in bichini mollemente sdraiate sul prendisole.

Aggiungete a tutto questo le altre imbarcazioni rigorosamente autorizzate a fare onde: taxi, mototopi, vaporetti, lancioni granturismo di tutte le taglie e dimensioni, carabinieri, polizia, guardia di finanza eccetera ed avrete una pallida idea di cosa sia la Laguna in una normale giornata estiva.

All’interno di questo bailamme mettete una barca in legno (come la mia), con il fondo piatto secondo quanto la tradizione lagunare impone per passare sul basso fondale, ma assolutamente non in grado di affrontare i marosi artificiali provocati dal moto ondoso. Aggiungete una vela (nel nostro caso al terzo) anch’essa come da tradizione ed avrete il vero dinosauro, un anacronistico esempio di specie estinta che incoscientemente e caparbiamente pretende di poter circolare per la Laguna.

Non a caso quando incrocio le sopra descritte imbarcazioni percepisco varie reazioni, i più giovani e sfreccianti mi guardano con un misto di disgusto e fastidio (varda sto vecio insemenio in mezo ai co…) i gitanti domenicali sui gommoni e sulle barchette di plastica spesso provenienti dalle nostre limitrofe campagne mi guardano con stupore scattando fotografie e facendo video, indicando ai bambini annoiati «guarda un triceratopo con la vela», come nel parco a tema della sopra citata serie di film.

Per i possessori dei grandi motoscafi è diverso, come detto normalmente hanno a poppa delle belle figliole che prendono il sole per cui lo sguardo è raramente in avanti ma più spesso indietro per contemplare le grazie in bella mostra. Con questi bisogna stare molto attenti. Nonostante la mia barca sia notevolmente visibile: con la punta della vela che raggiunge dieci metri di altezza, è meglio tenersi alla larga perché si corre il rischio di essere travolti o affondati dalle onde troppo vicine.

Gli unici che qualche volta apprezzano lo forzo sono i possessori delle barche a vela moderne, forse perché un poco capiscono le difficoltà che dobbiamo affrontare. Ci salutano con rispetto e, tra l’altro, non facendo la minima onda. Un piccolo riconoscimento che fa sempre molto piacere.

Sarebbe interessante poter far vedere ai Futuristi degli inizi del Novecento, così entusiasti della velocità e Contro Venezia passatista (com’era intitolato il loro manifesto del 1910),  com’è la situazione ora. Forse anche loro preferirebbero ogni tanto rilassarsi, abbandonando questa visione perversa del progresso per una modernità più a misura d’uomo.

Non per essere pessimisti ma la speranza che le cose cambino è sempre legata all’educazione delle nuove generazioni. Noi con le nostre barche cerchiamo di dare un esempio, ma tutto il resto spinge (a tutta manetta e precipitevolissimevolmente) in direzione contraria.

Il punto focale è che quasi nessuno oramai conosce cosa si prova a vogare alla valesana su una mascareta tra i ghebi naturali con l’acqua calma, magari con il limonium in fiore che diventa un prato viola o i cavalieri d’Italia che volano attorno e nidificando tra le barene. Come pochi sanno cosa si prova quando con la stessa barca si è in balia del moto ondoso forsennato, imbarcando acqua, non riuscendo a stare in piedi, rischiando di affondare ad ogni nuovo frangente artificiale con la sensazione di assoluta impotenza.

Il vero problema è l’ignoranza di questa nuova flotta di naviganti. Quando gli si fa notare l’onda che alzano a poppa ti guardano stupiti: «ma come? sto andando così piano!». Non capiscono che spesso sono le barche a essere sbagliate, pensate solo per correre a discapito di tutto il resto, con forme poco idrodinamiche compensate da motori sempre più potenti e certamente non nate per la laguna.

La manualità, la fatica, la soddisfazione di costruire e creare devono essere rivalutate e insegnate altrimenti avremo solo sterile progresso basato unicamente sulla tecnologia. È di questi giorni la notizia che gli scienziati sono riusciti ad impiantare in microchip nella testa di un maiale. Sembra che così siano persino in grado di fargli vedere anche cose che non esistono. In un prossimo futuro potremo provare la sensazione di navigare in una laguna calma e incontaminata soltanto stando comodamente in divano, magari anche con qualche dinosauro che passeggia tranquillo tra le barene.