Frenare la massa

Frenare la massa

Ad Amsterdam un modello per come dovrebbe essere il turismo dopo il COVID

Quando il COVID ha colpito i Paesi Bassi nel 2020, Amsterdam si è svuotata nel giro di una notte. I residenti, assuefatti al rumore permanente e ai rifiuti e ai turisti che fanno pipì per le strade, hanno accolto con favore la ritrovata tranquillità. La pandemia, hanno detto al Washington Post, è stata «una benedizione sotto mentite spoglie».

Piazza Dam ad Amsterdam, un venerdì sera durante il contenimento (fonte: commons.wikimedia.org).
Piazza Dam ad Amsterdam, un venerdì sera durante il contenimento (fonte: commons.wikimedia.org).

COSMOPOLI —  Il COVID ha offerto un’opportunità rara, se non unica, di affrontare i problemi duraturi del turismo. Da come le persone raggiungono le destinazioni a come viene gestito il turismo all’interno delle città che inonda, per non parlare del modo in cui i suoi benefici e costi sono distribuiti alle comunità locali, l’onere dell’eccesso di turismo è stato a lungo una preoccupazione.

Gli abitanti di Amsterdam non sono gli unici abitanti delle città a percepire l’attuale pausa come un sollievo tanto necessario. Da Kyoto a Venezia, i residenti vedono il ritorno al numero di turisti pre-pandemia come una minaccia, non una promessa.

Per anni ci è stato detto che il turismo deve essere sostenibile, senza molto consenso su come sia il turismo sostenibile. COVID, nel frattempo, ha visto il termine resilienza diventare un punto di riferimento per gli addetti ai lavori e i responsabili politici. Ma cos’è esattamente il turismo resiliente? E può rendere le nostre città più socialmente e ambientalmente responsabili? Può renderli migliori in cui vivere?

Il tropo della resilienza

Concepita in senso lato come la capacità di gestire le avversità, la resilienza è propagandata come una qualità essenziale per affrontare l’incertezza e il cambiamento, lo stress e lo shock. Come vanno e vengono le tendenze, la resilienza non è nuova. È stata la parola d’ordine ambientale dell’anno di Time Magazine nel 2013. Da allora è diventato uno dei tropi dominanti nel dibattito contemporaneo su tutto, dagli studi sulle isole e la psicologia infantile alla riduzione del rischio di disastri urbani.

La pandemia ha ovviamente portato il turismo globale a un punto morto. Nel 2020 sono stati effettuati 1 miliardo di viaggi internazionali in meno verso destinazioni turistiche rispetto al 2019. Sono stati minacciati fino a 120 milioni di posti di lavoro. Quindi pensare a come questo settore, che in precedenza supportava un lavoro su dieci in tutto il mondo, potrebbe far fronte allo stress e allo shock del COVID non è una cosa negativa.

Tuttavia, sia i geografi critici che i sociologi politici hanno avvertito che il concetto di resilienza rischia di diventare un concetto vuoto quanto la sostenibilità. Ha le sue radici nel pensiero ecologico e ingegneristico, in cui si riferisce alla capacità di tornare alla normalità – a uno stato di equilibrio – dopo un periodo di avversità. I critici sostengono però che, nel mondo sociale, non ci occupiamo di strutture di equilibrio, ma di flusso costante.

In una città non esiste uno stato normale in cui tornare. E le persone colpite da pericoli naturali – diciamo una megalopoli costiera soggetta a inondazioni – erano vulnerabili all’inizio. Il ritorno allo stato originario è quindi tanto indesiderabile quanto impossibile. Invece le città si adeguano.

Il problema di riprendersi

Più in generale, il pensiero di resilienza è considerato intrinsecamente conservatore. Con l’enfasi che pone sulla ripresa, sottolinea soluzioni reattive e a breve termine. Questi distraggono dalla necessità di affrontare le cause profonde di grandi sfide come il cambiamento climatico.

Inoltre, non è una teoria così innocua come potrebbe sembrare. Quando i politici insistono sul fatto che investire in una città più resiliente è semplice buon senso, spesso minimizzano le questioni di potere e disuguaglianza. New Orleans è un esempio calzante. La ricostruzione dopo l’uragano Katrina nel 2005 ha avuto un costo sociale enorme, quando la città ha privilegiato il guadagno economico rispetto ai bisogni delle comunità emarginate.

La resilienza è tuttavia un concetto elastico ed è sempre più associata non solo alla capacità di riprendersi dopo una battuta d’arresto, ma anche di rimbalzare in avanti, verso uno stato nuovo e migliore. Lo slogan del governo del Regno Unito «Build Back Better», è diventato il mantra per una miriade di ambizioni post-COVID, in particolare per quanto riguarda il turismo.

Detto questo, con l’abolizione delle restrizioni di viaggio e il ritorno delle navi da crociera in Piazza San Marco a Venezia, poche settimane dopo che il governo italiano aveva promesso che non l’avrebbero fatto, sembra che questa opportunità d’oro di ripensare al turismo sia stata persa.

I governi in genere sembrano più interessati a un ritorno agli affari come al solito che a pensare a quanto turismo possiamo effettivamente permetterci. Gli appelli a proporre un modello più equo e meno strumentale sono stati accolti, nella migliore delle ipotesi, con una risposta politica contenuta. I governi sembrano restii a scoraggiare i viaggi di lavoro (nonostante gli scienziati del clima sostengano meno viaggi aerei) perché portano denaro.

Resilienza complessa

Qualsiasi tentativo di rendere il turismo veramente resiliente, tuttavia, deve andare oltre la ripresa economica a breve termine. Deve affrontare l’impronta di carbonio del settore turistico e le sue ingiustizie e dilemmi etici.

A questo proposito, Amsterdamm presenta un modello interessante. Il COVID ha accelerato l’attuazione di diverse misure in esame ben prima che la pandemia prendesse piede. La città ha adottato ordinanze che impediscono in vario modo ai negozi di souvenir di sostituire le attività commerciali locali; agli sviluppatori di trasformare gli spazi residenziali in affitti per le vacanze;  e la costruzione di nuovi hotel.

Altrove, ha aumentato le tasse che i turisti pagano per i pernottamenti e ha introdotto misure per ridurre le cosiddette inciviltà (immondizie ovunque, pipì in giro) che si lasciano alle spalle senza pensarci.

Più in generale, è diventata la prima città ad abbracciare il modello economico della ciambella dell’economista britannica Kate Raworth per lo sviluppo sostenibile (fermarsi sull’anello tra il bordo infinito del consumo sfrenato e il buco soffocante dei divieti eccessivi n.d.t.). Questa teoria è centrata sull’ambiente e sui bisogni fondamentali dei suoi cittadini rispetto alla crescita economica. Il consiglio si è impegnato a utilizzarlo come linea guida per tutte le future politiche che governano la vita urbana, dalle normative sulle emissioni alla risoluzione della crisi abitativa della città.

È ancora troppo presto per dire se questi sforzi verranno ripagati. Senza un ripensamento altrettanto audace, tuttavia, più residenti probabilmente si ribelleranno alla turistizzazione delle loro comunità. Se, d’altra parte, più città seguiranno l’esempio della capitale olandese (come stanno facendo Copenhagen, Bruxelles, Dunedin in Nuova Zelanda e Nanaimo in Canada), l’idea di un vero rimbalzo in avanti potrebbe davvero essere applicata.

 

L’autore: Johannes Novy - Senior Lecturer in Urban Planning, School of Architecture and Cities, University of Westminster