La mascherina del Leone

La mascherina del Leone

Un argomento deliziosamente rilevante

Un nostro caro lettore ci scrive: «Buongiorno, volevo sapere se posso indossare la mascherina che raffigura il gonfalone di San Marco sul posto di lavoro visto che il direttore della mia azienda non era molto d’accordo in quanto dice che rappresenta una bandiera politica, grazie». Ecco la nostra risposta.

Il gonfalone di San Marco (fonte: Svetlana Tikhonova su it.wikipedia.org).
Il gonfalone di San Marco (fonte: Svetlana Tikhonova su it.wikipedia.org).

Caro Lettore,

tocchi un argomento apparentemente secondario ma molto importante. Il gonfalone di San Marco e il suo uso simbolico. Che è diventato ingombrante, difficile: per gli aborigeni veneziani e per tutti i veneziani d’elezione, e anche quelli per necessità, a causa appunto dell’appropriazione assolutamente indebita ingenerosa (e ignorante secondo noi) di una fazione politica.

La prima volta che il Leone di San Marco apparve sui mari, secondo la tradizione storiografica (ma potrebbe essere solo una leggenda) fu con la spedizione di Pietro Orseolo II che fece dell’Adriatico il Golfo di Venezia, con la - temporanea - schiacciante vittoria contro i Pirati Narentani che avevano le loro basi nelle isole della Dalmazia (e sono chiamati pirati perché hanno perso: altrimenti i pirati saremmo stati noi).

Da allora sono passati molti secoli, ma la bellissima bandiera veneziana è un simbolo caro a generazioni di esseri umani. Un tempo era anche temutissima, come testimonia (se non ricordiamo male) un passo del fantastico Manoscritto trovato a Saragozza, unico stupendo romanzo scritto dal conte polacco Jan Potocki agli inizi dell’Ottocento, in cui la sola vista da lontano dei colori del gonfalone getta nel terrore l’equipaggio della nave su cui sta viaggiando il narratore.

L’uso del Leone di San Marco come simbolo di una fazione politica a quanto sappiamo è l’unico e più grande esempio nella storia umana di un fraintendimento culturale profondo. Ci si potrebbe appellare al tricolore, inventato dai rivoluzionari francesi (bianco rosso e blu) e declinato in tante maniere, anche all’italiana: ma qui si tratta di un richiamo preciso agli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità dei repubblicani nazionalisti del tempo.

Non ci pare che chi sventola oggi lo storico stendardo di Venezia abbia qualcosa a che spartire con la storia (se la conosce, tra l’altro) della nostra città. Oggi esiste anche una variante del gonfalone con un altro colore al posto del rosso, per rimarcare un assolutismo radicale della fazione nella fazione che si appella al passato di Venezia con una visione integralista del futuro (che francamente non ci piacciono: né il loro passato né il loro futuro).

Torniamo alla domanda: ha ragione il lettore o il datore di lavoro? Il Gonfalone è un simbolo politico oppure no? Siccome con gli anni siamo diventati, oltre che vecchi, anche democristiani (nel senso untuosamente accomodante) diciamo che no, ecco: proprio no, non lo è; il fatto però che venga usato da molti come simbolo di appartenenza a una fazione politica è, altresì e invero, incontestabile: e allora anche sì, lo è.

Scendiamo sul personale: siamo pieni di Leoni. In moleca, andanti, con il libro e anche qualcuno con la spada. Stampati, modellati, dipinti, incisi. Abbiamo bottoni cravatte caschimpetto e persino armature teatrali (personali) con il leone a sbalzo (in ottone). Quando eravamo giovani (giuro) volevamo anche un tatuaggio con il leone in moleca (tasi va là che poi non l’abbiamo fatto). Ogni tanto guardiamo nelle vetrine le mascherine con il Leone. Alcune sono orribili. Altre invece no. Ci viene sempre voglia di comprarne una.

Poi non lo facciamo: «ostrega! se i me vede? cossa penserali de mi?». E questo lo facciamo anche per gli altri simboli, e per le decorazioni, e le scritte e le facce (Einstein, Freud, Che Guevara). Alla fine ci siamo convinti ad usare tinte unite in accoppiamento, o in contrasto, con il vestito.

In una delle tantissime brillantissime commedie di William Somerset Maugham (Carte in tavola) la splendida protagonista dice: «Noi siamo come ci vedono gli altri». È una battuta sarcastica, ovvio, ma nel 2020 è la verità comunemente accettata soprattutto in un paese dove calciatori e influencer contano più di tutti (e tutti sanno tutto e poi non funziona niente: questo non c’entra ma occorre dirlo).

Per cui, caro lettore, il nostro consiglio è: si compri la mascherina e la indossi dove vuole, ma non al lavoro. Così siamo tutti contenti. Faccia leggere però questa risposta al suo datore. Che magari poi forse diverrà anch’egli un nostro lettore.

Cordiali saluti