Comincio che era finita

Cominciò che era finita

Gli ultimi anni di Carmelo Bene

È nelle librerie da qualche mese Cominciò che era finita, un libro in cui in duecento pagine Luisa Viglietti, per edizioni dell’Asino, racconta gli ultimi anni vissuti insieme a Carmelo Bene.

Luisa Viglietti, Cominciò che era finita (edizioni dell'asino, 2021).
Luisa Viglietti, Cominciò che era finita (edizioni dell'asino, 2021).

COSMOPOLI – Il racconto parte dal 1994, l’anno in cui si conoscono per la prima volta, lei giovane trentenne costumista affermata, viene chiamata dal collaboratore di Carmelo Bene, Matteo Bavera, per i costumi del suo rientro nelle scene con Hamlet Suite, una summa di tutti i suoi Amleti e non solo, condensati o meglio decantati in una forma concertistica e fortemente lirica. Carmelo Bene era reduce da quattro anni di malattia, infarti, eccessi, allucinazioni in un percorso di ricerca nell’estremo, come dirà lui stesso nel libro intervista con Giancarlo Dotto: «diciamo che ho fatto ricerca. Assolutamente non finanziata da nessun ministero. Un lusso privato».

Si potrebbe banalmente chiamarlo il racconto di una storia d’amore perché oltre il teatro e la ricerca senza fine, fatta di perenne studio, c’è quel poco di quotidiano, pochissimo, che si concedeva per i bisogni primari. Un anima da Don Giovanni ammansita dall’incontro con Luisa Viglietti, la conquista di lei è una partita a scacchi o meglio un mettere all’angolo l’avversario. Vampiro, viveva prevalentemente le ore notturne, infastidito dalla luce del giorno, forse perché in quel giorno gli altri, il mondo, si incidentava inconsapevole nel quotidiano. Compagna votata completamente al suo amante anche nei bisogni quotidiani, fare la spesa ad esempio, e collaboratrice attiva e ascoltata nei lavori teatrali e fonico-poetici, e nel disbrigo, necessario per ogni messa in scena, di burocrazia italica tantalica. Collaboratrice, perché Carmelo Bene non lasciava nulla al caso né delegava mai completamente, ogni foglio che ogni suo evento partoriva veniva da lui esaminato, chiosato, corretto, emendato e fotocopiato tre volte e catalogato, dalle fatture più piccole, ai contratti, a tutto.

Due luoghi ricorrono come nidi: Otranto, la casa dell’estate, della luce, dei natali e capodanni, e degli amici, la casa poteva ospitarne molti; e Roma, l’antro buio e asfissiante, barocco. Il racconto si dipana in questi nove anni, fino agli ultimi sospiri di CB, commuoventi per la loro stoicità. E si conclude con il racconto tristemente lungo delle successive beghe ereditarie. Alle volontà di CB di istituire un suo Immemoriale si scontrano le crude voglie individuali e l’orba ingiustizia dei tribunali.