Pieni poteri per evitare la galera

Pieni poteri per evitare la galera

E se Donald Trump tentasse il colpo gobbo?

L’estate è una stagione infida per i populisti contemporanei. Il confuso accanimento con cui il presidente degli Stati Uniti d’America sta lottando su più tavoli: contro le votazioni per posta nelle prossime elezioni di novembre; contro la rete sociale cinese che ha favorito le diffuse proteste antirazziali ancora in corso; contro le reti sociali in genere che censurano le sue panzane; potrebbero invece essere la spia di un calcolato desiderio di autocrazia estiva che, se messo in atto e realizzato, gli consentirebbe soprattutto (e in realtà è l’unico scopo) di evitare la grandinata di procedimenti penali (per vari sospetti reati tra politica e denaro, più o meno gravi e conditi da un po’ di sesso) che lo attende non appena verrà meno l’immunità di cui godono a ragione i presidenti USA.

 

Donald Trump nel 2016 (fonte: WikimediaCommons; autore Gage Skidmore).
Donald Trump nel 2016 (fonte: WikimediaCommons; autore Gage Skidmore).

COSMOPOLI (l.c.) - Prima la gestione fallimentare della pandemia: «L’America è nel mezzo di una catastrofe sanitaria»,  parole del presidente della commissione speciale del Congresso, James Clyburn, che indaga sulla risposta alla pandemia dell’amministrazione Trump, con quattro milioni e settecentomila contagi e centocinquantamila morti (cifre arrotondate per difetto). Subito dopo la gestione incendiaria dei problemi razziali: muso duro, militarizzazione e dichiarazioni come sempre provocatorie; risultato: proteste, rivolte, violenze su e giù per il Paese. In terzo piano, ma non sullo sfondo, la guerra commerciale contro la Cina, che con la consueta abilità è stata da lui indicata ripetutamente come la nazione responsabile del COVID-19 e delle proteste Black Lives Matter attraverso l’applicazione di messaggistica per telefoni intelligenti (che ruba anche i dati personali degli <i>americani</i>. E infine il pessimo rapporto con le reti sociali, che fino a giugno erano i megafoni del consenso.

Ma tutti questi non sono i veri problemi del presidente, sono il paravento dietro cui si nasconde il problema vero. In caso di sconfitta elettorale, Donald Trump ridiventa un normale cittadino e come tale rischia di finire in tribunale per una o più delle indagini che nell’autunno di un anno fa i suoi avversari democratici tentarono vanamente di usare per una messa in stato di accusa (leggi qui sul sito del New York Times le trenta indagini in corso). Si va dall’elusione fiscale e frode bancaria alla frode assicurativa, passando per l’appropriazione indebita di fondi carità e altre malversazioni reiterate di cui una o due sembrano veramente dure da evitare. Una particolarmente succulenta vede in campo due pornostar (di due sessi diversi), l’avvocato di Trump, e cento trenta mila dollari di fondi per la campagna elettorale passati di mano di nascosto per assicurarsi il silenzio dei due attori su delle storie che ancora non sappiamo ma possiamo perfettamente immaginare. L’avvocato pagatore è stato intanto condannato. Accusa pesante, almeno negli USA, e pena per ora difficilmente evitabile: quattro anni.

Se Joe Biden dovesse mantenere il distacco dei sondaggi e vincere le elezioni potrebbe anche magnanimamente far finta di niente e dargli il perdono presidenziale per ventinove dei casi, una volta eletto. Ma forse per la storia dei fondi della campagna elettorale usati di nascosto per mettere a tacere scomodi testimoni di letto potrebbe essere impossibile: non per le vicende di letto, per i soldi passati sottobanco.  

Sarà per questo che l’astuto plantigrado biondo sta giocando ora su più tavoli, con il suo consueto profluvio di messaggi e discorsi a volte incomprensibili, per prepararsi (forse: non siamo nella sua testa) una via d’uscita autoritaria? «Non mi piace perdere - ha proclamato il 19 luglio in un’intervista su Fox News - Non dico né no, né sì. Vedremo…». Alcuni temono di sì.

Il continuo attacco, mosso da settimane, al sistema di voto per posta, che subito gli è costato un incredibile ed immediato rabbuffo dalla sua cara piattaforma di cicaleccio e cinguettii in rete per la palese falsità delle sue affermazioni, prosegue giornalmente. L’ultima caotica panzana sul voto postale: «Non voglio attendere settimane per avere i risultati in settimane, mesi e potenzialmente anni, potremmo non sapere mai chi ha vinto. È buon senso, non è politica».

Invece l’applicazione di chiacchiere di origine cinese è sempre in cima ai pensieri di Trump: «È fonte di preoccupazione per la sicurezza nazionale, li metteremo al bando negli Stati Uniti» ripete, e aggiunge anche di essere «fermamente contrario» ad ipotesi in cui venga comprata dal colosso statunitense Microsoft: in fin dei conti continuerebbe ad esistere, e con essa l’organizzazione spontanea delle proteste, presenti e anche future. Ammenoché non venga comprata per essere soffocata.

L’accusa di brogli elettorali è un cavallo di battaglia delle destre populiste da sempre: nella mentalità di Donald Trump, come di tanti altri, il voto è solo la conferma rituale dell’amore del popolo per il capo (entrambi separatamente unici e unitamente indivisibili) e quindi l’elezione è inutile se la conferma viene meno. Se dovesse perdere potrebbe accusare il voto per posta (o le interferenze cinesi) di essere la causa della sconfitta, e inficiare il risultato; ma ciò gli farebbe guadagnare solo qualche mese al massimo.

Ma il presidente potrebbe anche, vista la possibile tragica gravità della pandemia, rinviare le elezioni (magari a data da destinarsi, chissà): l’istituto dell’Università di Washington che si occupa delle statistiche e delle valutazioni sulla salute, le cui previsioni vengono usate anche dalla Casa Bianca, ha stimato per il 3 novembre prossimo, giorno delle elezioni presidenziali, il totale dei decessi in oltre 230mila.

Stravolgendogli le parole dette a proposito della «mascherina dei patrioti»(3 agosto 2020) il rinvio <i>sine die</i> delle elezioni presidenziale «potrebbe aiutarci a tornare al modo di vivere americano che molti di noi giustamente amavano prima di essere colpiti così terribilmente dal virus cinese. Il mio pensiero è che non abbiamo nulla da perdere e potenzialmente tutto da guadagnare».

Perciò un po’ prima delle elezioni, per arginare il contagio (i repubblicani hanno già rinunciato alla loro assemblea generale dei delegati di fine agosto)  e per evitare un voto a distanza («non penso che le poste siano preparate a gestire il voto per posta a novembre» 4 agosto 2020) il presidente potrebbe, violando la costituzione, ma in virtù dell’eccezionalità della situazione («per il bene dell’America» nda), forzare la mano e rinviare o cancellare o vanificare («tanto vincevo io» nda) le elezioni.

In uno scenario del genere, naturalmente, gli oppositori (di qualsiasi tipo) sarebbero anti-patrioti e anti-americani e untori filo-cinesi: verrebbero messi a tacere televisioni giornali reti sociali (tranne quelli da sempre benevoli con la destra, o quelli appena comprati), la repressione armata verrebbe accentuata seguendo le prove generali d’inizio estate per la compressione delle proteste antirazziali e la loro trasformazione indotta in sommosse violente, in una spirale tossica di autogiustificazioni e provocazioni continue.

Il plantigrado biondo non andrebbe più sotto processo per nessuno dei tanti pasticci combinati.

Come è ragionevole pensare, tutto questo potrebbe non accadere mai. Anzi, è più probabile che Donald Trump vinca di nuovo, a dispetto dei sondaggi e delle speranze, confermando definitivamente l’era dei plantigradi (biondi o mori, glabri o barbuti, a questo punto non fa più differenza) al governo del mondo.