Il valore del pane vecchio

Il valore del pane vecchio

Durante alcuni escavi per restauri in una fortezza veneziana, forse a Famagosta, venne rinvenuto un antico deposito con dei generi alimentari abbandonati ancora durante gli assalti del Turco. Tra i quali alcuni pacchi di gallette perfettamente conservati. Dicono che qualcuno ne abbia addentata una e l’abbia trovata perfettamente conservata e commestibile, dopo quasi cinque secoli. Le gallette, dette talora biscotti di mare, sono come dei cracker: dei biscotti fatti di farina, acqua e talvolta sale. Era il cibo non deperibile per i lunghi viaggi, per mare o nella campagne militari. Praticamente a Famagosta era stato trovato del pane vecchio, del semplice pane vecchio.

Evaristo Baschenis (Bergamo, 1617–1677), Ragazzo con un cesto di pane (1655-65, olio su tela; 53x72 cm; collezione privata; wga.hu).
Evaristo Baschenis (Bergamo, 1617–1677), Ragazzo con un cesto di pane (1655-65, olio su tela; 53x72 cm; collezione privata; wga.hu).

Nella campagne della bassa liventina, a nord di Venezia (come del resto in tante altre zone) una volta il pane si impastava e si cuoceva in casa, nell’apposito forno a legna sull’aia (molti esistono ancora, anche se non più in uso). Le famiglie contadine sprovviste di forno andavano a cuocere il loro pane nei forni degli altri, che li concedevano gratuitamente all’uso a patto che gli ospiti si portassero da casa la legna per il fuoco. Chi aveva la comodità del forno a casa poteva cuocere il proprio pane quotidianamente e mangiarlo ogni giorno bello caldo (il pane caldo viene detto pane fresco). Mentre gli altri, quelli senza forno, lo andavano a cuocere nel forno altrui una volta alla settimana. Per cui, se il primo giorno potevano anche loro mangiare pane caldo fresco, i giorni seguenti lo mangiavano vecchio.

Il pane è il pane, alimento molto più pregiato della polenta, più da signori insomma, almeno nella tradizione contadina. Le famiglie più povere non lo mangiavano mai, rassegnate alla polenta per tutta la durata del lunario; talune famiglie solo alla domenica, quasi fosse il dolce della festa; altre, più fortunate, ce l’avevano in tavola, fresco o vecchio, tutti i giorni. La polenta è umile, si taglia col coltello o col filo; il pane invece è nobile, non va offeso con la lama, si spezza solo con le mani, è l’unica maniera - specie al ristorante - per sapere se è fresco.

Il pane, quello quotidiano che gli oranti chiedono all’Altissimo recitando la preghiera del Padre Nostro, era considerato una benedizione, un dono di Dio. Sprecarne anche una briciola era considerato alla stregua di una bestemmia: le madri abituavano i figli sin da piccoli a raccoglierne le briciole usando il coltello come una spatolina sulla tovaglia (chi era così ricco da possedere coltello e tovaglia). Eventuale pane vecchio raffermo indurito, talora ammuffito, inzuppava il latte caldo appena munto della colazione mattutina oppure veniva bollito nell’acqua per ricavane la panadèa, più o meno condita, da mangiare per cena. Prelibatezza per bambini, puerpere e vecchi senza denti; un po’ meno per chi doveva lavorare sui campi, poiché come alimento non forniva abbastanza energia.

Oggi, che di pane ce ne sono un’infinita varietà di tipi (cotti in forno alla mattina presto dopo aver impastato i levài di notte oppure quelli imbustati nel cellophane al supermercato, più a lunga conservazione), se un chilo di pane fresco costa diciamo tre euro, il giorno dopo, diventato pan vecchio, viene via per meno della metà. Il pane dopo un giorno si deprezza decisamente insomma, anche se molto meno di un’automobile che più o meno al momento che ci metti le mani sul volante, non essendo più vergine, ha già perso un terzo del valore che l’hai pagata (oppure, in caso di rateazione, che la pagherai). Frivolezze della moderna società consumistica, dove non riuscendo più a capire se costa di più la benzina o la cocacola, vado in bicicletta e bevo acqua di rubinetto, che almeno so per certo che è controllata e analizzata quotidianamente.

Nel tempo, lo ammetto, ho perso la simpatia che da ragazzo avevo nei confronti del pane fresco. Ora, siccome so che assieme alla pasta mi fa mettere su pancia, lo compriamo solo al sabato pomeriggio, rievocando così inconsciamente le ristrettezze di una volta. Dopo la prima bigna fragrante mangiata con avidità a sut, il giorno dopo viene messo in congelatore ed estratto, via via quello che serve, giorno per giorno, in modo che a fine settimana non ne rimanga più. Appena sbrinato lo faccio a fette e lo riscaldo nel forno, illuso di ritrovare quella fragranza che aveva appena uscito dal forno. Sempre raccogliendone le briciole col coltello, per poi risucchiarle, tanto passeri da nutrire in giardino non ce ne sono più, scomparsi (dicono gli esperti) per una serie di concause. Vocabolo tragico, questo concause, che tradotto vuol dire diserbanti, rapaci, inquinamento vario (anche elettromagnetico), mancanza di alberi, habitat divenuto inadatto o forse peggio.

Il pane diventa vecchio ma, come insegna l’aneddoto di Famagosta, non muore mai. Nemmeno quello rosicchiato dai topi o spotacciato dai giovinastri, che ne lasciano grossi pezzi frantumati sul piatto profanandone barbaramente l’evangelica sacralità. Il pane buttato, non avendo maiali, conigli o galline da nutrire, andrà a finire nel sacchetto dell’umido, almeno si spera, che diverrà fertilizzante per nuove spighe fluttuanti al vento nei campi fecondi seminati e mietuti da dinosauri meccanici.

Il pane, a ben vedere, è come una moglie (o un marito): non è che il giorno dopo che l’hai sposato diventi vecchio e valga la metà, o lo butti via, tanto la mattina stessa vai a prendere quello fresco. Almeno vorrei che fosse così, anche se così non sembra essere. Il pane è il pane, è l’alimento dell’Umanità, ed è cosa triste pensare, come succedeva nelle campagne di una volta, di doversi sentire poveri e derelitti solo per non mangiare tutti i giorni pane appena sfornato. Eppure, se nella società contemporanea tutto sembra cambiato, rimane una decisa distanza, un differente valore tra il concetto di pane fresco e pane vecchio. Anche se le cioppe di pane di ieri di cui si parla sono le stesse di oggi. Volete un esempio?

Da una decina d’anni mi diverto a compilare a far stampare il lunario di mia invenzione, lo Strigaveneta. Un unico foglio col calendario e, per ogni giornata, al posto del nome del santo ci metto una frase, un motto più o meno ironico e sagace, frutto della saggezza pratica popolare (se come spazio ci sta, anche un proverbio) nella parlata della mia zona, il veneto liventino. Le previsioni del tempo no, il pronostego lo fanno già altri. Quando porto in giro sto lunario (lo regalo) e i presenti lo vedono, corrono subito con lo sguardo a leggere (o a farsi leggere, quelli senza occhiali) cosa c’è scritto a fianco del giorno del loro compleanno. Una bel pomeriggio assolato, quello del 12 maggio di questo 2018, anniversario mesto e quasi dimenticato della caduta della Serenissima, in un fresco giardino veneziano, una gentile donzella decisamente avvenente e aggraziatissima (unica donna tra le altre donne a vestire la gonna), oltre che serenamente curiosa, che dall’aspetto poteva ricordare le madonne nazarene o certe protagoniste dei passionali romanzi decadenti (Ippolito Nievo l’avrebbe definita maga), se non dannunziani almeno usciti dal leggiadro pennino di Carolina Invernizio, ingenuamente volle sapere la divinazione che la Striga le aveva destinato per la sua data di nascita, il nove aprile (lo stesso giorno in cui nacquero, in epoche molto differenti, Baudelaire e Patty Pravo). Ebbene, accanto alla sua data c’era scritto proprio: Pan vecio.

Pan vecio a mi? Disse ristendo e velando per un attimo il suo grazioso sorriso.

Tentai di scusarmi per la gaffe rispondendole che il testo era stato scritto l’anno prima, istintivamente, senza peraltro pensare a quale effetto avrebbe provocato, ilarità o irritazione, l’anno dopo a chi, nato proprio quel giorno, l’avesse letto.

Così mi è venuto in mente di spezzare una lancia a favore del pane vecchio, che il giorno prima era fresco e caldo e magari, come quello di Famagosta, dopo cinque secoli è ancora commestibile e rimane negli annali della Storia. Il pane è il pane, è sempre sacro, nella fragranza esuberante della giovinezza come nella sapiente rigidità della vecchiaia. Il pane è il pane, come la rosa è la rosa. Come il cuore è il cuore. Come la vita è la vita. E hanno tutti valore sacro.
Sempre, anche dopo la morte. Talvolta per secoli. Ogni tanto per l’eternità.

Torre di Mosto, 18 maggio 2018