Ritorno all’anormalità

Grande preoccupazione per i bragolanti

Il Mauri (Vianello, il più giovane bebi pensionato d’Italia, tanti tanti anni fa; eccolo qua: «Mauri saluta el letor! Fame na carità! Gavemo solo che lù»). Il Mauri (ricomincio) è molto preoccupato. Moltissimo. Prima o poi questa bizzarra situazione pandemica finirà. E tutto tornerà a funzionare, non si sa ancora come.

VENEZIA — Ma secondo lui, che ha grande esperienza in questo campo, ci sono milioni (dico milioni!) di italiani, e soprattutto: migliaia!!! di veneziani (che ecco, questi li conosciamo meglio) che sono dodici mesi un anno quasi che NON lavorano! «Cioè: voglio dire — dice il Mauri — tanti no lavorava gnanca prima: i ‘ndava in uficio, questo sì, ma lavorar…».

Secondo l’esperienza del Mauri, infatti, il ritorno al lavoro potrebbe essere causa di terribili effetti collaterali, peggiori persino dell’effetto collaterale di non avere uno stipendio, o di averlo ridottissimo. «Mi ricordo una volta che sono stato in cassa malati per sei mesi (per un giradito: nota mia di Andrea Silvestri, non inciso esplicatorio del Mauri) — dice il Vianello qui presente — ebbene, come che è e come che non è, dopo tre giorni mi sono messo in ferie. Per riposarmi dall’emozione. Quindici giorni. Sull’Antelao».

Per molti infatti (non io, che non ho mai lavorato un giorno in vita mia) il ritorno alla routine quotidiana di prima della pandemia potrebbe essere il trauma più grosso in assoluto. E più si allontana il momento del ripristino di una specie di normalità, peggiore sarà il trauma. Dal primo dell’anno, qui in Campo alla Bragora, io e il Mauri e Genny e Milord, e anche Ciang, non pensiamo ad altro.

A tutti quei poveretti che prima o poi, quando ormai saremo tutti vaccinati e il gregge sarà per forza immune, dovranno tornare negli uffici e nelle officine, nei campi e negli opifici, nei magazzini, negli alberghi e nelle locande, le trattorie e i ristoranti, nelle aule e nelle caserme, i laboratori e gli ambulatori: centinaia, migliaia, milioni di esseri umani strappati a forza dal telelavoro («chi xe quel mona che lo ga ciamà inteligente?» sbotta sempre Milord) dalla cassa integrazione (una volta ci andavano solo gli operai, ora ci sono andati anche i grupiè).

Già facciamo fatica a immaginare perché ci siano dei forsennati e forsennate che vogliano a tutti i costi andare a scuola, quando tutti sanno che l’unica cosa bella della scuola è: che è finita! Figuriamoci di pensare a quelli che gli tocca (a loro) di tornare a lavorare.

Una disperazione. Ci pensiamo sempre, mentre andiamo su e giù dall’Osteria «Ai amici da Ciang» con le nostre tanichette di spritz da consumare tranquillamente nella carbona del Mauri, qui in fondamenta dei Furlani a Sant’Antonin (che poi mi dimentico sempre le patatine e mi tocca ritornare, a me, perché il Mauri si stanca troppo).

Andrà tutto bene? Non pensiamo proprio! Per fortuna, per varie e disparate ragioni (prepensionamento — il Mauri; incapacità congenita — io! presente!; deboscia ereditaria — Milord; usuramento (dei colleghi) — il Genny) non subiremo anche questo trauma, ma il solo pensiero ci rende stremati. Un minuto di silenzio.

Salute!

E auguri per l’anno nuovo, che ne gavemo tanto tanto tanto tanto bisogno (soprattutto se bisognerà tornare a lavorare)

 

Ritorno all anormalita