Besixdouze Marco Polo ed il Piccolo Principe

Bésixdouze: Marco Polo ed il Piccolo Principe

Questo racconto ci giunge da un futuro lontano: esattamente quattromila anni dal presente. Ma è come se fosse stato scritto quattromila anni fa, o ancora di più.

Il Piccolo Principe su B-612.
Il Piccolo Principe su B-612.

«Perché non me l’hai detto?» Ho attaccato furiosamente.

«E perché mi parli così? Voi adulti non vi ascoltate quando parlate e non capite il filo della vostra lingua».

«Perché non mi hai detto niente del serpente?», ho ripetuto ancora una volta con veemenza. E il Piccolo Principe mi rimproverò: «Non sei stato capace di vederlo, nemmeno tu, né di capire nulla allora». «Ero molto piccolo allora, e avevo il mio mondo». «Un mondo e uno spirito. Ed ambedue in continuo sviluppo e formazione. Voi adulti non lo capite. Tu? La tua Terra?»

 «È così piccola la mia Terra…» «Davvero?», egli rispose, e continuò: «Il paragone è un’unità di misura per voi adulti? Non tutto è grande, e definibile in cifre come piace a voi adulti: il piccolo esiste e non lo prendete in considerazione. E il piccolo può essere il più grande, e il grande può essere il più piccolo. B-612 esiste, ma non l’avete preso in considerazione fino a quando l’astronomo che lo identificò non si cambiò di vestito. E molti anni passarono».

«Piccolo Principe, il mio mondo era un altro allora, non è quello di adesso», cercai di pronunciare. «Marco Polo, siamo cambiati entrambi, ma io devo di tanto in tanto lasciare la mia dimora, la mia rosa, i miei vulcani - e tu sai quanto sia pericoloso un vulcano addormentato e trascurato - per aiutarti. Ma l’aiuto che era valida allora non vale ora, e non avrebbe oltremodo senso perché significherebbe un´àncora alla tua terra ed al tuo «io» di quell´epoca», mi disse con veemenza e agitando i suoi capelli di color grano dorato.

Io confutavo: «La legge delle apparenze, un miraggio con cui inganniamo noi stessi e con cui viviamo felicemente concedendoci un canone e dei parametri su cui legare la nostra insicurezza e la nostra ignoranza». Quando, seccamente e come uno che ha le idee chiare su tutto, cioè come un bambino, mi ha detto: «Felici?”

Fu allora, in un giorno di nebbiolina, uno di quelli che ti fanno pensare a tutto ciò che non vuoi, ma soprattutto ad una cosa; un giorno di quelli in cui ogni folata di vento ti rimembra con la forza di uno  stiletto direttamente al cuore la voce e le parole di qualcuno che non è più con te, che non vuole stare con te, … (starà?) Sì, è stato quel giorno che ci ripensai.
 
Tutti noi abbiamo il nostro B-612, o meglio il nostro 1998KY26, che è esattamente uguale al pianeta del mio Piccolo Principe: 43 albe e 43 tramonti, lungo solo 30 metri e con molta acqua. Sì, molta acqua per prendere cura della rosa. In realtà, non importa se il 1998KY26 è più grande del B-612, che ha un diametro di due chilometri, ma a noi adulti piacciono i numeri… La nostra terra, qualcosa di mutante assieme a noi, qualcosa che ci accompagna per tutta la vita: siamo forse noi stessi il B-612?

Questo «qualcosa» che ha germi di erbe sia buone che cattive (non lo siamo noi stessi ambedue cose?), e i cui tramonti misurano il nostro stato d’animo: se uno è triste, guarda spesso i tramonti, fino a quarantatré volte al giorno. Quarantatré tramonti sono tanti, e a noi adulti piacciono le cifre, anche se in realtà solo uno di essi basterebbe a spezzarci il cuore in molte occasioni. Affogare in un tramonto e non vederlo mai più.

Non ti ho mai capito fino in fondo, o Piccolo Principe, il bisogno di prenderti cura di noi, o di occuparti di noi, ma mi hai condotto in modo velato a togliere le erbacce, a lucidare la pietra, mi hai indotto al costante ed enorme lavoro per garantire la sopravvivenza della nostra Terra. Il nostro Pianeta? Prendendoci cura del nostro B-612, prendendoci cura di noi, ci prendiamo cura di ciò che c’è dentro di noi e che può abbandonarci. Ci prendiamo cura del nostro Piccolo Principe, che non se ne vada.
 
Prendendoci cura del nostro B-612, tu soprattutto mi hai insegnato che usciremo dal nostro piccolo e miserabile spazio, dai nostri pregiudizi, dai nostri vizi, e godremo all´avvicinarci ad altri pianeti, altri mondi, altre terre e altri «io».

Piccolo principe, mi insegnasti a capire l’amicizia, mi facesti provare la nostalgia, con i tuoi racconti e le tue domande ingenue e trasparenti, mi trasmettesti i valori fondamentali della convivenza e del rispetto, valori non quantificabili, non monetizzabili, non numerabili. Ma a noi adulti piace rovinare tutto al non comprendere che la nostra piccolezza è la nostra grandezza. E ci piacciono molto le cifre.

Cercasti di convincermi delle basi della tolleranza e della riflessione allo stesso tempo, una riflessione senza pregiudizi, nuda, trasparente. Lo capii dopo, tardi. Ma ci provasti: sei così testardo!

«Lo capisti, ne è valsa la pena, in quel primo viaggio quando a malapena riuscivi a leggere» mi interruppe dalla mia astrazione il piccolo maledetto testardo. «Non devi più aggiustare il motore, sai che quello che devi fare è prendere cura di te per poter prendere cura degli altri. Troppi vulcani dormienti si lasciano al loro destino. Marco Polo, tu sei un uomo spericolato ed imprudente travestito con il mantello da gentiluomo».

«Se tu sai tutto, come sembra, piccolo moccioso arrogante, perché non me lo dicesti allora?» ho improvvisamente imprecato, incapace di attirare la sua attenzione. «La rosa, la tua rosa, è unica e più importante di qualsiasi altra rosa e di qualsiasi altro fiore. È l’amicizia che dobbiamo capire e amare non con parole, bensì con gesti. La tua rosa è delicata in questo piccolo mondo che siamo noi stessi e anche in cui viviamo. Mondo piccolo o grande? Quanto amate le misure voi adulti! La lasciamo, povera rosa, ma poi ci manca subito, e la riconosciamo solo se abbiamo un cuore ardente. E la rosa ha bisogno di un suo posto, del suo spazio e della sua attenzione, altrimenti morirà per disattenzione o annegamento. Allora piangerai, come un coccodrillo. Adesso sì che la riconosci quando, non trovandoti da solo, ti senti solo. Quando la solitudine nella massa ti entra nel corpo. E ci invade. Entrambi. In B-612 ci siamo tutti e due».

«Se io sono la terra, sono B-612, ho tre vulcani dei quali uno ne trascuro, come avere tre colonne di cui una è zoppa e non voglio aggiustarla, ho la rosa e non ci presto attenzione, pulisco con dolore le erbacce, e a volte mi lascio soffocare da esse… chi sei tu, pupazzo con capelli di grano dorato e sciarpa antinebbia?

Mi guardò tristemente, i suoi occhi afflitti e il suo viso, già bianco, divenne trasparente.
«Io sono te, Marco Polo. Io sono il tuo spirito, e sono piccolo perché devo sempre crescere, come te. Solamente ti rivolgi a me quando vi trovi in una situazione di pantano a causa di qualche ostacolo che si impone ed interpone, quando remi contro vento e marea e ti mancano forze e risorse. Allora sì mi lasci parlare con te, mi lasci aggredirti, e allo stesso tempo di assillarti, con le mie domande.

Mi fai lasciare la mia rosa, i miei vulcani, le mie erbe per proteggerti. Ecco perché non ti permetto di eludere le risposte, né di farmi domande. Non sono un pazzo travestito da Carnevale, sono la parte più nobile di te, la più bella perché sono io che mi prendo cura di te, sono i tuoi tre vulcani, la tua rosa, i tuoi semi di erbe buone e cattive. Sono io che ti accompagno a vedere i quarantatré tramonti, che ti fanno affondare il cuore, finché non capisci che non ci può essere un tramonto senza un´alba ed un´alba senza un tramonto».

Queste furono le sue ultime parole. Non osavo chiedergli perché B-612 ero io, o io e lui assieme: sapevo che era parte del mio «io», il rifugio del mio spirito. E il ragazzo impertinente… il mio spirito. Capii che, come lui, anch’io ero sceso sulla Terra per trovare il mio serpente, solamente mio, che mi aiutasse a passare dalla materia allo spirito, a guardare di nuovo l’infinito delle stelle con occhi puri dai pregiudizi.

Quel serpente che mi farà prendere cura della rosa, della vagina pura, che è il calice dell’amore e del sacrificio, così come la Vergine e il Bambino.

«Cum igne amoris vincam, Marco Polo. A presto!»

O Piccolo Principe, voglio chiederti di più, potrò farcela io da solo?

Spero di rivederti, quando saremo entrambi adulti, nella nostra e solo nostro B-612.