E andato tutto a Patrasso!

È andato tutto a Patrasso!

La nuova mania etimologica

E come che è e come che non è, adesso al Mauri (Vianello, che è qui anche lui: «Fai ciao con la manina ai lettori, Mauri!») gli è venuta la mania dell’etimologia. Che dopo l’avvincente ma pericolosissimo gioco del magrasso è il vizio in cui indulgono precipitosamente gli anziani.

Niccolò di Giovanni Fiorentino, Monumento a Vettore Cappello, Chiesa di Sant'Elena (foto dell'autore).
Niccolò di Giovanni Fiorentino, Monumento a Vettore Cappello, Chiesa di Sant'Elena (foto dell'autore).

VENEZIA - Sarà che il Mauri guarda troppo i siti d’informazione (invece di quelli porno, ma ormai non li guardiamo più: ci danno solo rimpianti) e che quindi è rimasto avviluppato nella rete etimologica della mania di tutti quelli che non hanno niente di meglio da fare che raccontare le storie delle parole (quasi sempre ad mentulam, come si diceva storicamente tempo addietro).

Sembra infatti, anzi potremmo esserne quasi sicuri, che siccome l’italiano inteso come seconda lingua straniera ormai non esiste più, essendo stato sostituito da un calco campagnolo dell’inglese prodotto da quarantenni che si credono giovani e madamine milanesi con la passione dell’involuzione sintattica, non ci resta che affidarci alla storia.

Così il Mauri è stato contagiato dalla moda etimologica. Ed essendo anziano (come il sottoscritto, Andrea Silvestri, per servirvi e anche no che è meglio) e anche aborigeno veneziano (ibidem) con ciò si ha cosa che le storie delle parole sono diverse, e a volte ci si litiga sopra come con il magrasso. E insomma così: «xe andà tuto a Patrasso».

«E ciò - mi corregge il Mauri - è evidentissimo che si tratta di Vettore Cappello».

«Di chi?» chiedo io.

«Di Vettore Cappello: mercante, politico e militare italiano, cittadino della Repubblica di Venezia» dice il Mauri.

«Mmm» dico io.

Già dal tono del Mauri si capisce che andrà a finire come quelle rare volte che abbiamo giocato in coppia a magrasso («Ma come, rincoglionito!, non ti sei accorto che ho fatto la passera?» e via dicendo).

«E ciò! Nato a Venezia nel 1400 e morto d’infarto a Negroponte il 13 marzo del 1467: un titano della storia veneziana! Il suo monumento funebre bellissimo è sull’arcata della chiesa di Sant’Elena, che lui le era molto devoto. Infatti c’è lui in ginocchio davanti alla santa».

«Ma cosa c’entra con Patrasso?» Dico io, ma poi aggiungo e mi pento mostruosamente perché non va a finire bene: «Non era una storpiatura di una frase latina?»

«Impossibile!» sbotta il Mauri.

«E questa è storia!» e parte con la spiega: «Nel 1466 Vettore Cappello, che già era stato ambasciatore e già aveva comandato la flotta, fu eletto per la seconda volta Capitan da Mar: tutti speravano, e soprattutto lui, di vincere finalmente contro i Turchi che in Grecia non volevano essere sconfitti perché Cappello era proprio fortissimo in tutto quello che faceva. Lui parte con venticinque galee e vince dappertutto».

«Sìììììììì» dico io. Di solito le spieghe del Mauri partono da più lontano, tipo dall’infanzia del protagonista, con vari intermezzi sui parenti vicini e lontani: in senso verticale (nel passato e nel futuro) e orizzontale (nel presente che fu). Ma stavolta è andata bene. E non ho il coraggio di dirgli: ire ad patres; perché anch’io sono un anziano aborigeno veneziano e l’etimologia la pratico anch’io, ovvio.

«E così, dopo aver riconquistato un sacco di posti: sempre le stesse isole che si passavano di mano con i Turchi. Arriva ad Atene, e la conquista, tranne l’Acropoli. È là che stringe l’assedio quando arriva la notizia che Patrasso sta per cadere».

«E no ciò» dico io «Patrasso no».

«E infatti: Vettore Cappello molla tutto e corre a salvare Patrasso assediata dai Turchi. Nella Morea nord-occidentale: che non è una passeggiata, nel 1465» continua il Mauri.

«E no ciò» dico io.

«E così corri corri arriva a Patrasso».

«E sì ciò» dico io.

«Ma Patrasso è caduta due giorni prima. In mano al sultano con dodicimila cavalieri, e il governatore veneziano, è stato barbaramente ammazzato» declama il Mauri.

«Oh mariavergine!» dico io.

«Cappello cerca di riprenderla, ma non ci riesce: è arrivato troppo tardi, sono troppo in pochi, gli tocca di ritirarsi» insiste il Mauri.

Io non dico niente per non turbarlo ulteriormente.

«E così Vittor Capelo si ammala di dispiacere: era così abbattuto che Marin Sanudo assicura che da quel giorno non sorrise mai più. Non che ci fosse niente da ridere, comunque: morì mesi dopo, di arresto cardiaco a Negroponte il 13 marzo 1467».

«Oh mariavergine!» dico io.


«E sì ciò!» dice il Mauri «Si potrebbe anche dire che fu l’inizio di due o tre secoli di sfiga. Ed è per questo che a Venezia si dice che alla fine «xe andà tuto a Patrasso»».

«Ma non era…» provo a dire io.

«No!» dice il Mauri «non era».

E su quest’ultima precisazione etimologica andiamo subito a bere un bel spritz che il campanile ha battuto già mezzogiorno da un pezzo.

Salute!!!!