Il simposio dei bragolanti

Il simposio dei bragolanti

La supremazia dei generi

Il simposio, come che diceva il Leopardi, è di molto migliore che il convivio: nel primo si beve insieme, nel secondo si mangia. Ora, dato sì che i greci erano inclini ed avvezzi alla filosofia: preferivano il primo. Che, come quasi tutti possono aver sperimentato personalmente, riesce difficile di argomentare pensieri masticando e deglutendo; mentre altresì invece il bere aiuta tantissimo a sbrigliare il pensiero.

Akseli Gallen-Kallela  (1865–1931), Symposion (bozzetto preparatorio, 1894: fonte: fi.wikipedia.org).
Akseli Gallen-Kallela (1865–1931), Symposion (bozzetto preparatorio, 1894: fonte: fi.wikipedia.org).

VENEZIA - E infatti, eccoci qua: reduci dal simposio più filosofico di tutti i tempi. In Campo della Bragora può darsi anche di no, data la vetustà del luogo, quasi primevo nella millenaria storia cittadina. Per cui ci saranno pur stati in passato altri filosofi a discutere. Ma di sicuro nell’Osteria Ai Amici da Chang sì. Non si era mai sentito un simposio del genere. Parola di Andrea Silvestri (che sono io) corroborata dal notarile Mauri (Maurizio Vianello; «saluta i lettori, Mauri! Fai ciao con la manona!»).

Saranno state le dieci e venti quando Genny (Gennaro Esposito, pensionato) ha esordito (stavano parlando di calcio; non io, io no: non ne conosco neanche le regole, figuriamoci) comunque ecco Genny dire: «E infine io ritengo il genere elegiaco superiore a tutti gli altri. Il tono meditativo e malinconico, di compianto per una condizione d’infelicità di varia origine, è il più vero e profondo; che meglio si attaglia a tutta l’arte per esprimere le profondità dell’animo umano».

Il Mauri bofonchiava: «Bobobo bobobo…»

«Sbagli! - lo ha rimbrottato seccamente Milord (sir Vladimir McLaren, baronetto decaduto) - è la tragedia che sovrasta ogni genere: la funzione catartica dell’arte che infrange la banalità del quotidiano con fatti luttuosi e violenti, gravi sventure e immense sofferenze. Che mettono l’uomo da solo di fronte al reale e al divino».

Il Mauri borbottava: «Bobobo bobobo…»

«Ma come - dico io - ma non stavate parlando del Venezia e della collaborazione con l’Alpha Football Academy dell’Oman? Sembravate così presi ed esperti!»

«E adesso abbiamo cambiato, bevi il spritz e taci!» mi ha redarguito il Mauri.

Il Mauri ha spinto forte forte gli occhiali alla radice del naso (gesto pericolosissimo nella mimica sua propria) ha tratto un profondo sospiro intimidatorio e, dopo uno sguardo panoramico su tutti i presenti, ha perentoriamente asserito: «La commedia!»

Silenzio.

Genny ha tossicchiato un pochino e Milord ha ingollato mezzo bicchiere del suo spritz preferito (il mezzo che gli restava: al liquore di carciofo) facendo il suo sguardo particolare da go (non il gioco giapponese: il pesce di laguna, Zosterisessor ophiocephalus, che gli ci mettono l’accento per distinguerlo dal verbo avere, prima persona singolare, come se fosse possibile far confusione, o pronunciarlo senza accento1).

Silenzio.

Cioè tutti si aspettavano che il Mauri argomentasse la sua affermazione. Ma il Mauri ci guardava, come dire, a muso duro e berretta calcata, fisso fisso strabuzzando gli occhioni dietro gli occhiali, come se volesse proprio attaccar briga di brutto, e darcele a tutti di santa ragione. Anche a me che non avevo espresso alcuna opinione (e per la verità neanche non ce l’avevo un’opinione da esprimere al proposito, come per il calcio).

Silenzio.

Ma mi sono fatto forza, ho preso il coraggio a quattro mani (direi, proprio) e ho detto, diplomaticamente senza rivolgermi a nessuno in particolare: «Perché la commedia è meglio?».

Prima che il Mauri potesse rispondere (sempre che volesse farlo), Milord (che sostiene di aver studiato a Oxford, anche se ha dilapidato titolo, ricchezze e cultura nei baretti di Boyztown a Pattaya): «Il tono e lo stile elevato gli unici consoni alle vicende mostrate nella tragedia, sono la testimonianza emblematica dell’altissimo valore di questo genere, sopra la malinconica mestizia direi borghese dell’elegia e la grassa volgarità onomatopeica della commedia».

«Mi permetto di dissentire…» ha interloquito Genny: «è la malinconia, la mestizia, la medietà, oserei dire, che apre al cuore degli esseri umani la conoscenza più profonda e palpitante della natura e della realtà…»

«La commedia!» ha sbottato ancora il Mauri.

Ma siccome non voleva, o non poteva, spiegare perché, e anzi rimaneva in un cocciuto silenzio, abbiamo ordinato subito un altro giro di spritz, e poi un altro, e un altro ancora; e dopo parecchi altri giri di questo simposio2 che non sto a continuare qua, il Chang ha concluso, alle diciassette e quarantanove minuti: «Adesso basta simposio: tilale fuori schei che qua non si fa credito!».

Salute!

 

  • 1. Che adesso tra l’altro i go sono di stagione per cui in altra parte di questo prestigioso giornale elettronico troverete un’interessante quanto preziosissima ricetta.
  • 2. Gli antichi però avevano ragione, perché essi non conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente detto, cioè della comessazione, ossia di una compotazione, usata da loro dopo il mangiare, come oggi dagl’inglesi, e accompagnata al piú da uno spilluzzicare di qualche poco di cibo per destar la voglia del bere. Quello è il tempo in cui si avrebbe piú allegria, piú brio, piú spirito, piú buon umore, e piú voglia di conversare e di ciarlare. Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco. Noi abbiamo dismesso l’uso naturalissimo e allegrissimo della compotazione, e parliamo mangiando. Ora io non posso mettermi nella testa che quell’unica ora del giorno in cui si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un’altra occupazione (occupazione interessantissima, e la quale importa moltissimo che sia fatta bene, perché dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo, e la digestione non può esser buona se non e ben cominciata nella bocca, secondo il noto proverbio o aforismo medico), abbia da esser quell’ora appunto in cui piú che mai si debba favellare; giacché molti si trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno, non conversano che a tavola, e sarebbero bien fachés di trovarsi soli e di tacere in quell’ora. Giacomo Leopardi, Zibaldone, in data 6 luglio 1826.