Il gran ritorno degli idioti

Il gran ritorno
degli idioti

Cronache marziane

Le proteste -assolutamente legittime- contro il barbaro assassinio di George Floyd negli Usa sono degenerate in tutto il mondo, Italietta compresa, in modi vergognosi e gesti violenti, decapitando e imbrattando statue (quelle di Cristoforo Colombo e Indro Montanelli), cancellando insegne (Penny Lane, la strada dei Beatles), ritirando dalla circolazione film leggendari come «Via col vento» e persino scatole di cioccolatini «Teste di Moro». Gesti da poveri idioti. Statue e nomi delle strade vanno lasciati al loro posto. Sarebbe meglio che i vandali impiegassero il loro tempo studiando la storia. Farebbero certo qualche scoperta imprevista e -fatto non secondario- migliorerebbero il livello della loro ignoranza.

Sì, forse avete ragione. In effetti, a pensarci bene, non se n’erano mai andati. Siamo noi che ci eravamo distratti un attimo. Per questo oggi ci sorprende un po’ il gran ritorno degli idioti. E mica solo qui nel BelPaese, per fortuna. No, l’idiozia è planetaria, e corre in lungo e in largo di contrada in contrada, più contagiosa dello stupido virus.

Tanto che verrebbe quasi voglia di dar ragione a quei Paesi, che noi consideriamo arretrati, nei cui tribunali persistono le condanne a punizioni corporali. Per dire, sarebbe educativo condannare quelli che imbrattano statue e insegne a una raffica di ceffoni ben assestati da un plotone di scaricatori di porto, a pulire con la lingua dove hanno sporcato, e a studiare quello che non hanno studiato in lezioni impartite da severissimi educatori balcanici (preferibilmente bulgari).

Difficile pensare che si possa combattere e sconfiggere il razzismo (anche il razzismo non se n’é mai andato…) decapitando statue, imbrattando insegne, bruciando pellicole e buttando scatole di cioccolatini nel cesso, anziché insegnare a quattro poliziotti stupidi e violenti (come a milioni di altri buzzurri sparsi per il mondo), a trattare i neri (posso scrivere negri o è razzismo?), con lo stesso rispetto e dignità con cui trattano –meglio, dovrebbero trattare- i bianchi.

Eppure. Eppure vediamo raccapriccianti stranezze marziane. Inspiegabili, pure con il pretesto della giusta protesta contro il barbaro assassinio di George Floyd negli Usa. Idioti che cancellano Penny Lane, la strada dei Beatles, che per loro era solo il luogo dell’infanzia, mentre per gli idioti è la strada dedicata a un mercante di schiavi, tale James Penny, ma non v’è alcuna certezza. Idioti che abbattono la statua di un altro presunto mercante di schiavi, Edward Colston. Idioti che tagliano la testa alla statua di Cristoforo Colombo e ne buttano un’altra in un lago. Idioti che a Milano imbrattano la statua di Indro Montanelli, che vorrebbero togliere dai Giardini di Via Palestro che a lui sono intitolati. Idioti che attaccano le statue di Winston Churchill e Vittorio Emanuele II°. Idioti che ritirano dal commercio le scatole di cioccolatini svizzeri “Moretti”, detti anche “Teste di moro”. Idioti che ritirano dalle sale e dalla distribuzione uno dei film più belli della storia del cinema come “Via col vento”, e non solo perché ha vinto otto Oscar, uno dei quali è andato per la prima volta –alla faccia dell’America razzista di quegli anni- a un’attrice di colore (posso scrivere negra?), Hattie Mc Daniel, come miglior attrice non protagonista nel ruolo di Mami. Per non parlare di altri idioti cui è saltato in mente di rivedere tutte le statue e i nomi di tutte le strade, per capire se dietro non si nasconda qualche turpe nome razzista. Stiamo freschi. Dovremmo smantellare mezze città, cominciando con l’abolire –solo per fare un paio di esempi- la Riva degli Schiavoni a Venezia, e a tirar giù le serrande dello storico buffet da Pepi Sc-iavo a Trieste.

Non ci sto. Abbattere le statue –qualunque statua- è sempre un pessimo spettacolo. Il furore iconoclasta non ha mai portato, nella storia, a nulla di buono. Anzi, è sempre stato presagio nefasto, foriero di nuvole fosche. Che può essere tollerato solo nei momenti e nei casi in cui le rivoluzioni abbattono le dittature, ed è comprensibile la rabbia dei parenti delle vittime. Nessuno ha pianto né protestato quando hanno abbattuto le statue di Hussein in Iraq, di Gheddafi in Libia, di Hoxha in Albania, di Ceausescu in Romania, di Tito in Jugoslavia, di Mao in Cina, di Lenin in Unione Sovietica. Giusto così.

Ma l’esame postumo di razzismo e antirazzismo, specie a distanze siderali di decine e centinaia d’anni, proprio no. Lasciate stare le statue e i nomi della strade al loro posto e studiate la storia, idioti. (Idiota, dico per gli idioti citando la Treccani, non è un’offesa, vuol dire persona rozza, priva di istruzione e di scarsa intelligenza). Ne scoprirete delle belle che vi apriranno la mente. Troverete, per esempio -come ha ricordato mirabilmente Corrado Augias su Repubblica- che anche un tipino come Paolo di Tarso, venerato come santo dalla chiesa, aveva diritto ad avere uno schiavo.