La medaglia dorata

La medaglia dorata

Tra bonifiche e tesori in terra bizantina

Era una primavera, appena dopo Pasqua, verso la fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, anche se i testimoni non ricordano perfettamente la data la si può desumere dal fatto che il pievano del paese fosse nel suo ultimo periodo di servizio. Nel terreno a sud, di fronte alla casa colonica in piena campagna, arando in profondità con le prime grosse macchine a cingoli trovarono una necropoli.

Un eraclio d'oro del VII secolo (fonte: deamoneta.com).
Un eraclio d'oro del VII secolo (fonte: deamoneta.com).

Assieme alle tombe povere, lunghe file di urne di terracotta segate a metà poste sopra larghi frammenti di tegoloni cotti sotto le frasche (di epoca azzardabile, vista la tipologia, all’incirca dal IV al IX secolo dopo Cristo), trovarono due sepolcri scavati grezzamente nella pietra e coperti entrambi da una lastra (uno è ancora lì, l’altro parmi sia finito al museo di Torcello). E una tomba a camera, rivestita di larghe pietre in terracotta, molto grande, più di due metri, più raffinata, forse medievale. Che franò per colpa del peso del grosso mezzo cingolato che ci era passato sopra.

Il profondo buco della tomba a camera era stato usato poi anche come rifugio durante la seconda Guerra mondiale, mi hanno raccontato. Poi ne hanno chiuso l’entrata ma è ancora lì, sotto i cespugli a fianco di quello che era l’orto.

Giorni dopo, scavando un fosso di confine tra le proprietà della nuova divisione, erano saltate fuori due urne grezze, scavate nella pietra, di forma cubica e larghe circa due piedi romani (55-60 centimetri), entrambe coperte da una pietra non cementata. Una era vuota, l’altra invece conteneva «medaglie dorate», così mi hanno riferito.

Il padrone del fondo agricolo, pensando che quel ritrovamento avesse un certo valore e volendo sincerarsene, caricò sul carretto trainato dal cavallo l’urna con le «medaglie» dentro, ancora sporca della terra che l’aveva tenuta sepolta per chissà quanti secoli, e la portò dal parroco, l’unico in paese che poteva saperne qualcosa. Ma in canonica il parroco non c’era, siccome era vecchio e ammalato (sarebbe morto di lì a qualche mese) l’avevano portato in sanatorio a (…). In canonica (quella vecchia del tempo e poi demolita, che stava a un centinaio di metri dalla chiesa, e non dov’è adesso quella nuova), oltre alla perpetua e ad altre due donne paesane che erano lì per aiutarla in certi mestieri, il padrone del carretto trovò uno dei cappellani, un ragazzo giovane e insicuro che non si volle prendere la responsabilità di far scaricare e tenere fra i piedi quel «rovinazzo sporco di terra» come lo definì. Avrebbe gradito sicuramente del cibo, salami o granaglie, o al limite un’offerta in denaro, erano tempi di grande povertà e ristrettezze anche per i religiosi. Ma una pietra vecchia e pure sporca proprio no.

Arrivò proprio in quel mentre il capo dei fabbricieri, un contadino anche lui, uomo buono e giudizioso di quarantacinque anni circa, amico del proprietario dell’urna, col quale condivideva l’aiuto nelle opere parrocchiali, che aveva la sua casa e la terra poco distante da dove avevano trovato sottoterra l’antico sepolcreto. Il padrone del fondo gli fece vedere l’urna con le medaglie ancora sopra il carretto, gli raccontò come e dove l’avevano trovata e gli disse che voleva lasciarla lì in canonica, e che non intendeva riportarsela a casa perché sul campo dove era stato riesumato il sepolcreto i ragazzi stavano distruggendo tutto, divertendosi a spaccare le anfore tirandole una contro l’altra. E che nemmeno avrebbe lasciato l’urna lì in canonica, se non poteva affidarla lui stesso nelle mani del parroco. Il capo dei fabbricieri, che lo conosceva bene essendo appunto suo vicinante, lo consigliò di portarla in municipio. Ma il proprietario del fondo si disse poco propenso a lasciarla in comune, perché non si fidava. E chiese al capo dei fabbricieri di conservarla lui, nascosta a casa sua, visto che aveva una casa colonica poco distate dalla sua, con la stalla e molta terra attorno. Nessuno avrebbe saputo che l’urna era lì e, finché non sarebbe tornato il parroco, sarebbe stata al sicuro.

Il capo dei fabbricieri non si sentiva di prendersi tale impegno, si fece un po’ pregare ma poi acconsentì. Ritornarono verso la campagna, uno col carretto trainato dal cavallo e l’altro in bicicletta, e andarono a nascondere l’urna con le «medaglie» dietro alla casa del fabbriciere, sotto al fassinèr, la grande catasta dei pali a forma di piramide. Il giorno dopo, per sicurezza, il fabbriciere l’aveva sepolta di nuovo dentro a una buca scavata nel terreno.

Il proprietario aveva preso e tenuto in tasca una delle «medaglie» per farla vedere a un giovane da fuori paese e di buona famiglia, che aveva conosciuto in canonica e che stava studiando da ingegnere. Il quale, secondo lui, gli avrebbe saputo spiegare esattamente di che genere di «medaglia» si fosse trattato. Siccome quel tizio era da fuori paese, almeno secondo lui c’era da fidarsi, visto che quelli del paese li considerava mincioni, cioé ridanciani, stupidi, inaffidabili, non di parola, chiacchieroni e pronti solo a fare scherzi idioti.

All’epoca, in famiglia, non si erano resi conto di aver trovato una grande necropoli: il vecchio proprietario capofamiglia forse anche sì, ma in pratica per loro erano soltanto vecchie pietre che disturbavano l’aratura e ritardavano la coltivazione dei campi: con tutta la fatica poi che avevano fatto per bonificare l’area, quello era solo un impiccio. Quelli erano i tempi e la gente insomma.

Il ragazzo che studiava da ingegnere, la settimana successiva, a Padova mi pare, fece vedere quella «medaglia» a qualcuno che se ne intendeva. Quando rientrò in zona si precipitò dal proprietario del fondo per dirgli che quella «medaglia» era di bronzo dorato e non aveva granché di valore. Però volle sapere altri particolari, vedere la zona del ritrovamento e, naturalmente, l’urna che conteneva le altre «medaglie». Il padrone del fondo gli spiegò bene tutto e gli fece pure vedere una raccolta di documenti e di annotazioni che aveva redatto lui stesso in cui erano sufficientemente descritti i fatti salienti della sua campagna, compravendite, rendite agricole, certificati, misurazioni, mappe, ritrovamenti. Il libro, rilegato con una copertina verde e che, oltre alle carte ufficiali era zeppo anche di fogli scritti a mano. Il giovane laureando ingegnere gli chiese se glielo prestava, ma ebbe risposta negativa. Anzi, il proprietario gli chiese indietro anche la «medaglia dorata» che gli aveva prestato.

Ma non ebbe indietro nulla, anzi, finì che prestò al giovane, che sicuramente ci sapeva fare con le ciacole, anche il libro con tutti i documenti, che sarebbe servito, così gli aveva assicurato il giovane, per la sua tesi di laurea. Poi gli avrebbe ridato tutto. Ma il proprietario della campagna non li riebbe più indietro, né libro né «medaglia», per quanto nel tempo cercasse di farseli ridare chiedendoli ogni volta che incontrava quel giovane, che nel frattempo si era laureato ingegnere e aveva iniziato la professione, che in futuro gli avrebbe dato un certo successo.

Un giorno, racconta il mio testimone bene informato che però non vuole essere nominato, il proprietario terriero era andato pure a casa di quell’ingegnere, che viveva in un paese distante una quindicina di chilometri (forse ci era andato più volte) a insistere per riavere quello che gli aveva prestato a suo tempo. Ottenendo dall’ingegnere la risposta che, se avesse insistito a chiedergli le cose che lui peraltro negava di aver mai ricevuto, l’avrebbe denunciato. Di più, l’avrebbe ri-denunciato ai carabinieri anche per aver nascosto ed essersi tenuto tutto il materiale antico che aveva trovato sottoterra nei campi.

Che poi quel materiale non era mai stato deliberatamente nascosto: a parte le anfore e i tegoloni ridotti in frammenti e gettati tra i sassi nella grande aia del casolare, altri reperti di marmo, grezzo o lavorato, erano stati ammassati attorno alla casa, i più grossi sepolti a livello terra a fianco dell’orto, per fare da viottolo tra il recinto dei pavoni e un terreno attualmente incolto, e coperti in seguito dagli arbusti della siepe e dal groviglio di canne d’india, tremenda pianta infestante che cammina veloce come i barbari di Attila. Qui c’era l’abitudine di gettare i detriti delle lavorazioni edili sul cortile davanti casa, proprio per far filtrare meglio l’acqua piovana nel suolo: salvate le pietre cotte in fornace o i marmi ancora riutilizzabili, nessuno andava a indagare di quale epoca fossero quei rovinazzi. Anche le lastre di terracotta della grande tomba pseudo medievale erano stati riutilizzati per fare il fondo di una concimaia. Ho avuto a suo tempo tra le mani un largo frammento di tegolone in terracotta chiara: dalle tracce sul dorso penso che fosse stato cotto sotto una pira di legname, non in un forno.

Quell’urna con le «medaglie», per quanto ne so, specie da quel che ho sentito poi dai testimoni, non è mai stata riesumata da dove era stata nascosta e sepolta (sotto il fassinèr del vicinante, nel frattempo anche lui passato a miglior vita). Il proprietario, già vecchio, era morto qualche anno dopo e non risulta che nel testamento, se lo aveva fatto, l’avesse menzionata. E nessuno era più andato a cercarla.

Tranne forse quell’ingegnere a cui il proprietario aveva affidato una «medaglia» e il suo libro. Che sarebbe importante ritrovare, soprattutto per la documentazione relativa all’epopea contadina della bonifica di quei luoghi. Qualche anno fa è morto anche l’ingegnere, quindi le possibilità di ritrovare quel fascicolo si esauriscono qui, a meno di un piccolo miracolo.

È anche per questo che racconto e rendo pubblica questa storia.

E, per finire, ammetto che quel terreno, dove una volta c’era il vecchio fassinèr, da tempo è diventato di proprietà di un personaggio che conosco molto bene. Abbiamo sondato metodicamente parte dell’area, ci sono frammenti di insediamenti antichi sin dalla profondità di cinquanta, sessanta centimetri (in alcuni punti abbiamo rinvenuto frammenti di laterizio sino a una profondità di due metri, in un altro punto la benna dello scavatore ha battuto su un tronco pietrificato disteso alla »profondità di quattro metri), ma non abbiamo riesumato reperti di valore. Tanto meno l’urna in pietra con le «medaglie.

Poi, se anche la trovassimo, state certi che non lo verremmo certo a dire a voi.