The Who - My Generation 1965

Speravano di morire giovani

My Generation (The Who) usciva nell’ottobre del 1965

A parte Keith John Moon, che si è impegnato molto, agli altri è andata malissimo: persino il compianto John Entwistle, uno dei dieci migliori bassisti della storia del rock, se n’è andato over fifty, che (nella prospettiva degli sbarbatelli ventunenni quali erano quando composero l’inno dei ribelli eleganti degli anni Sessanta) è un’età veneranda. A metà ottobre del 1965 gli Who si rinchiusero negli studi di registrazione dell’International Broadcasting Company in Portland Street, Marilebon, Londra. Ne venne fuori una delle canzoni più importanti della storia della musica contemporanea, e del costume pure.

 

Una delle prime edizioni di My Generation in 45 giri.
Una delle prime edizioni di My Generation in 45 giri.

COSMOPOLI - «Spero di morire prima di diventare vecchio» era infatti il verso dirompente con cui si autodefiniva la generazione dei ragazzi (che sono sempre a posto) impersonati dai giovani WHO (andrebbe scritto così). Pete Townshend scrisse la canzone durante un viaggio in treno, Roger Daltrey ci mise la balbuzie geniale che preoccupò molto la BBC (perché pensavano potesse essere offensiva), John Entwistle ci infilò un assolo di basso di inarrivabile perfezione. Qualcuno scrisse che «se anche gli Who avessero fatto un’unica canzone, My Generation, e niente altro, sarebbero comunque passati alla storia». Per fortuna non è andata così.

Per celebrare il cinquantacinquesimo anniversario ecco ripescato per voi un video di qualche mese dopo, magnificamente troncato in testa e in coda, con l’audio monofonico che appiattisce le voci in un falsetto incomprensibile: ma questo è quello che ascoltavamo a quei tempi. A proposito: la casa di registrazione IBC s’inventò anche la quadrifonia, che per gli standard tecnologici odierni sarebbe come usare la fisica quantistica per riprodurre le canzoni. La prima distribuzione del singolo (45 giri) fu della Brunswick Records, poi della Decca Records.

Stupendo il balletto con magnifici costumi adatti per il bianco e nero televisivo del tempo: una citazione che a Sergej Pavlovič Djagilev sarebbe piaciuta da impazzire (e che Don Lurio tentò disperatamente e vanamente di replicare in Italia).

Buona visione.