Nubi ad oriente

Nubi ad oriente

Le preoccupazioni di Tokyo sul futuro della diplomazia asiatica degli USA

Mentre tutto il mondo (tranne i secessionisti britannici) plaude alla vittoria di Joe Biden, e forse anche di più alla sconfitta di Donald Trump, in Giappone il futuro inevitabile cambio di rotta della politica internazionale statunitense addensa qualche preoccupazione all’orizzonte sugli equilibri economici e anche militari in Estremo Oriente.

Una delle quattro navi della prima spedizione ufficiale statunitense in Giappone nel 1853 (fonte: British Library manuscript Or.16453).
Una delle quattro navi della prima spedizione ufficiale statunitense in Giappone nel 1853 (fonte: British Library manuscript Or.16453).

TOKYO - Gli europei non devono fare i conti con un grande vicino, potente e aggressivo e determinato alla supremazia in ogni campo, come la Cina; e nemmeno con un vicino piccolo impotente ma fuori di testa come la Corea del Nord. Ma i giapponesi sì.

Per quanto possa sembrare strano agli europei, che hanno come principali avversari la zoppicante Russia, o la secondaria Turchia, in Giappone il passaggio dalla politica avventuristica, prepotente, ma in qualche modo rassicurante dei repubblicani di Trump a quella sicuramente più conciliante e moderata dei democratici di Biden, solleva più di qualche perplessità.

Alleato strettissimo degli Stati Uniti, a cui paga (non solo economicamente) i costi della presenza di cinquantacinquemila soldati dislocati in varie basi strategiche (soprattutto a Okinawa), il Giappone teme di subire per primo e in pieno le conseguenze di un ammorbidimento della diplomazia statunitense.

Sicuramente sarà più facile per la diplomazia nipponica trattare con un presidente per nulla impulsivo e umorale: di recente, un alto funzionario del ministero degli Esteri giapponese, che ha parlato in condizione di anonimato, ha espresso ottimismo sul fatto che sarebbe diventato «più facile elaborare dettagli politici a livello lavorativo» dopo che Biden si fosse insediato.

Ci si aspetta che il primo ministro Yoshihide Suga (anch’egli politico di lunga e pacata esperienza) e Joe Biden cooperino anche sulla scena internazionale, ponendo entrambi la priorità nell’affrontare il cambiamento climatico. Biden si è impegnato a riportare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi del 2015 ed entrambi si sono impegnati a rendere i loro paesi carbon neutral entro il 2050.

L’appoggio alla nuova amministrazione è decisamente totale: lunedì (8 novembre) Suga ha subito telefonato a Biden per congratularsi per la vittoria e fissare un appuntamento per una visita ufficiale (ma probabilmente non prima del 20 gennaio prossimo venturo, dopo l’insediamento)  e martedì (9 novembre) Kazuyoshi Akaba, potente ministro delle infrastrutture, dei trasporti e del turismo ha attaccato Trump sul reiterato rifiuto di ammettere la sconfitta: «Sono l’unico a vedere cosa sta succedendo e pensare: che tipo di dittatura è questa? Dov’è finito il nostro modello per la democrazia?»

Ma nel frattempo i diplomatici giapponesi stanno osservando attentamente se e quanto Biden si allontani dalla posizione dura di Trump nei confronti della Cina sulle questioni di sicurezza e su quelle che l’ex presidente ha sempre dichiarato pratiche commerciali sleali.

Se Washington adotta un tono più conciliante, come ha fatto sotto l’ex presidente Barack Obama, Tokyo vuole garantirsi che non vi siano interruzioni negli sforzi per contrastare la crescente presenza militare cinese nei mari della Cina orientale e meridionale.

I negoziati per eliminare dalla Corea del Nord le armi nucleari dovrebbero tornare dall’uso di Trump di vertici di alto profilo alla diplomazia tradizionale guidata dal Dipartimento di Stato, ma i funzionari giapponesi sono preoccupati che Pyongyang possa tentare di prendere le misure della posizione del nuovo presidente conducendo test e magari qualche lancio sconsiderato di missili.

«Oggi più che mai il compito della politica estera del Giappone è come convincere gli Stati Uniti a impegnarsi su questioni globali come la sicurezza e il cambiamento climatico», ha detto lunedì il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi. «Questo è il ruolo che la comunità internazionale vuole che svolgiamo».

Sicuramente, di tutti i fallimenti della politica estera di Trump, la sua politica con la Cina è probabilmente il più significativo: le relazioni sono in realtà molto peggiori adesso rispetto a quando è entrato in carica. Il ritiro dalla Trans-Pacific Partnership all’inizio di gennaio 2017 ha creato un vuoto di potere in Asia che Pechino è stata più che felice di colmare.

La cosiddetta guerra commerciale con la Cina ha causato molti danni all’economia statunitense. Le esportazioni in Cina sono diminuite costantemente dal 2017 e i posti di lavoro nel settore manifatturiero non sono tornati negli Stati Uniti. Nel frattempo, Pechino ha aumentato le sue attività militari nel Mar Cinese Meridionale, ha lanciato molteplici attacchi informatici e represso violentemente quasi un milione di uiguri nella provincia dello Xinjiang.

Ma un approccio troppo morbido, e soprattutto troppo egoistico, per risolvere i gravi problemi lasciati in eredità dalle improvvisazioni viscerali e machiste di Trump sembra a Tokyo uno scenario decisamente preoccupante.