La fuffa del fare

La fuffa del fare

Svelato l’inganno mentale dei facitori

Trent’anni fa, quando non a torto era molto di moda l’idea che i politici fossero degli inani parolai, avvampò la smania del nuovo: dell’uomo che fa (singolare) al posto degli uomini che parlano (plurale). Un abbaglio ancora potente che attira milioni di elettori in buona fede. E che viene inevitabilmente ancora propalato dalla giunta uscente veneziana. Sveliamo il trucco dietro la magia del fare.

Un alchimista durante la creazione di un Omuncolo (fonte wikipedia.org).
Un alchimista durante la creazione di un Omuncolo (fonte wikipedia.org).

VENEZIA - L’abbaglio: dentro al partito del fare non solo c’è tutta la retorica stantia e travisata (da liceali degli ultimi banchi) dell’homo faber rinascimentale, ma anche la spinta testosteronica dell’imprenditore da capannone e furgone, la disperazione autogiustificativa del collaboratore espulso nelle partite iva, l’allucinazione generazionale del pensionato, il travisamento funzionale del commerciante, dell’esercente, del fornitore di servizi.

La fuffa: buffamente quasi tutti gli uomini del fare che si sono proposti nei decenni alla guida di Paese e paesi non hanno mai fatto nulla tranne affari, ma hanno sempre parlato tanto: soprattutto di come si sono fatti da soli.

Alla base del bidone: ci caschiamo tutti. Una parte del trucco è terra terra, come diceva la maestra delle elementari, l’uso del verbo fare. Talmente usato, nella pochezza degli orizzonti mentali della vita quotidiana, che serve a tutto: faccio quello che voglio; ti faccio una torta; ma anche un culo così.

Dal fare le cose, ci si è allargati a fare i fatti. Soprattutto perché, come diceva la maestra, non si usano le parole giuste: preparare una torta, scrivere un articolo, cucire un vestito. La confusione, come sempre, è dentro la testa.

Un banale inganno: è un verbo così utile che persino gli artisti, invece di creare, fanno arte. In questo senso, nel senso globale per pigrizia quotidianamente dato al verbo fare, tutti facciamo: traduciamo un pensiero in azione. E a furia di fare, i facitori si sono messi a fare politica, riducendola ai limiti del fare. Ecco fatto.

Purtroppo per loro, ma soprattutto purtroppo per noi, la politica non è fare. Non c’è niente da fare. La politica è pensare, immaginare, parlare, comunicare, convincere, disputare, litigare: idee e non cose.

Quando si tratta poi di governare, amministrare: si studia, s’immagina, si cerca di prevedere, per il bene dell’intera comunità; e si dispone che altri, alla bisogna esistenti, traducano in azioni fatti e cose le idee decise dagli amministratori al governo: che facciano quello che si è deciso di fare.

Un bel guaio: gli uomini del fare non hanno tempo per pensare, perché devono fare. Gli uomini del fare non possono governare, perché devono fare (spesso i propri affari). Quando si ha troppo da fare, non si riesce a fare nulla.

 

Venezia è TuaLuca Colferai è candidato come consigliere comunale nel Partito Socialista Italiano per la lista Venezia è Tua che sostiene il candidato di centro-sinistra Pier Paolo Baretta: «Che dopo non venga fuori che non lo sapevate. Potete anche non votarmi, anche se sarebbe meglio di sì».