El Pesse Can

El Pesse Can

Nel 1873 lo studioso Domenico Giuseppe Bernoni pubblicò una raccolta di fiabe e novelle popolari veneziane trascritte dalla viva voce. Eccone una per la Befana, tradotta e adattata.

C’erano una volta due fratelli, un Ragazzo e una Ragazza, rimasti orfani di madre e di padre. Il Ragazzo un giorno disse: «Sai cosa faremo? Ce ne andremo per il Mondo a suonare la chitarra: io suonerò e tu andrai in giro a raccogliere le mance». E così, cammina cammina e cammina, girano per il mondo e fanno tanti, ma tantissimi soldi.

Un giorno arrivano in un paese distrutti dalla stanchezza. Il Ragazzo dice: «Ho una sete da morire!» Cercano dappertutto, ma non trovano acqua da nessuna parte. Alla fine, lontana lontana, scorgono una fontana. Ma quando si avvicinano scoprono che sulla fontana c’è scritto: chi beve da questa fontana si trasformerà in un agnellino. E allora il Ragazzo disse: «Tra diventare un agnellino e morire di sete, io bevo: diventerò un agnellino».

Bevuto che ebbe, eccolo trasformato in un agnellino. La Ragazza scioglie la cordella dei capelli e la usa da cavezza. E ovunque ella andasse, con lei andava anche l’agnellino.

E cammina cammina, trova un giardino; ci entra, trova una panca di marmo e là si siede, con l’agnellino al fianco. E si mette a suonare la chitarra. Il Re si affaccia al balcone e dice: «Ah, che bella ragazza, là seduta sulla panca del mio giardino, che suona la chitarra!» «Presto presto — dice ai suoi servitori — correte giù in giardino, correte correte andatela a chiamare, presto presto ditele che venga qui su da me!»

Sentendo che il Re la chiama, alla Ragazza viene una grandissima paura: «Cosa vorrà il Re da me?» E anche se tutta tremante trova però il coraggio di salire dal Re. Che le domanda chi è e cosa sta facendo nel suo giardino.

La Ragazza rispose: «Sono una ragazza tutta sola e non ho nessuno tranne questo piccolo agnellino che mi tiene compagnia, e così giro per il Mondo».

Allora il re disse: «Ma se tu mi dai la tua parola che mi darai due figli, un maschio e una femmina, una con una stella d’oro in fronte, e l’altro con una stella d’argento sul petto, io ti sposo anche subito, ti va?»

E la Ragazza disse di sì e si sposarono, e il Re la vestì da Regina e rimasero a vivere nel Palazzo.

Ma dopo neanche tre o quattro mesi, ecco che scoppia la Guerra e il Re bisogna che ci vada. Raccomanda la sua sposa alla Madre: che la sposa è incinta e a lui tocca di partire per la Guerra.

Poco dopo la partenza del Re, rimaste sole, la Regina madre dice alla Regina consorte: «Avete voi mai veduto per caso la Galea che mio figlio ha lì, in mezzo al Mare? Ha anche un Pesse Can, sapete? Vi accompagnerò senza meno e senz’altro a vederli».

La Ragazza sospettava che la Regina madre stesse tramando qualcosa di losco a suo danno; ma pur nel dubbio non può rifiutare l’invito e accetta suo malgrado. La vecchia Regina madre fa preparare un ponte, per attraversare il Mare e raggiungere la Galea; ma un ponte costruito con il legname più scadente e più marcio che ci sia. Veste la giovane tutta di bianco e le scioglie i capelli lungo le spalle, e poi la spinge ad attraversare il ponte. E quando la ragazza raggiunge il mezzo del tragitto, il ponte crolla tra i flutti del mare e lei precipita tra le fauci del Pesse Can.

Tornata a casa, la Regina madre prende carta e penna e scrive al figlio che la Regina consorte ha partorito due cani, proprio così; e chiede cosa debba fare e quale morte debba darle per punire un simile disonore proprio nel suo Palazzo reale. Il Re risponde che non deve far nulla, che ci penserà lui, che farà lui quel che sarà da fare, che ormai è già di ritorno.

La Vecchia corre per le sale del palazzo, chiama la servitù, ordina che subito mettano a bollire tantissima acqua, che subito ammazzino quell’agnello, e che lo facciano bollito, che non sopporta più di avere quella bestia per la casa.

L’agnellino aveva sentito tutto, perché non era in realtà un vero agnellino, ma un essere umano sotto l’influsso di un incantesimo: aveva capito di sua sorella, aveva capito che doveva morire anch’egli. E tutto il giorno faceva un flebile lamento che diceva:

Oh sorellina mia,
si scalda l’acqua
si affilano i coltelli
per ammazzare
il fratellino tuo

E lei gli rispondeva:

Oh fratellino mio,
sono grossa di nove mesi
sono vestita solo di capelli
sono in bocca al Pesse Can
non ti posso aiutar!

I servitori, sentendo questo continuo lamento, convennero tra loro: «Sarà meglio rallentare con i preparativi; qua c’è sotto un qualche tradimento». La Vecchia scende di furia nelle cucine: «Insomma! Non bolle ancora l’acqua? Sbrigatevi! Uccidete quella bestiaccia!» «Fra poco bolle…» l’assicurano i servi.

E torna a dire l’agnellino:

Oh sorellina mia,
si scalda l’acqua
si affilano i coltelli
per ammazzare
il fratellino tuo

E la sorella gli risponde:

Oh fratellino mio,
sono grossa di nove mesi
sono vestita solo di capelli
sono in bocca al Pesse Can
non ti posso aiutar!

Allora il Re disse: «Che parole sono queste ch’io odo?»
E il Maggiordomo rispose: «Non saprei: sono due giorni che sentiamo questo continuo lamento»
«Insomma, adesso basta!»

E il Re prese la Vecchia e la fece rinchiudere nelle sue stanze; e chiamò tutta la servitù e con essa raggiunse il mare e li costrinse a catturare il Pesse Can. E presolo che ebbero, lo voltarono a testa in giù e a furia di dai e dai, e di su e giù, viene fuori la Ragazza tutta vestita di bianco, con i biondi capelli sciolti lungo le spalle, tutta intera. Subito la mettono a letto e la ristorano e confortano per farla riprendere. E poi le domandano cosa sia mai successo. La Ragazza racconta di come appena partito il Re la Regina madre l’ha invitata a vedere la Galea, e per raggiungerla la costretta a percorrere un ponte di legno in mezzo al Mare, ma il legno era tutto marcio, e quando era proprio in mezzo del cammino il ponte si è tutto rotto e spezzato e lei è precipitata in Mare, dove l’ha inghiottita il Pesse Can.

«Ma non sono morta — dice — perché quello mangiava il Pesse Can lo mangiavo anch’io.»
«E poi, ecco: quell’agnellino lì non è mica un agnellino vero, ma è mio fratello; ed è ridotto così perché è vittima di un incantesimo.»

Il Re manda subito a chiamare una Fata e la Fata libera il Ragazzo dal suo essere agnellino: e ne venne fuori il più bel ragazzo che si possa vedere con gli occhi, e forse anche immaginare.

Ma ecco che alla Ragazza vengono le doglie e nascono due bellissimi bambini; ed erano proprio un maschio e una femmina; ed erano proprio una bambina con una stella d’oro in fronte e un bambino con una stella d’argento sul petto. E quando i medici di corte, le ostetriche e le levatrici reali, ebbero finito di rimettere in sesto la Ragazza dal travaglio del parto, il Re le domanda che morte vuole sia inflitta alla Vecchia per la sua orribile macchinazione. E la Ragazza ordina che vengano presi dodici barili di pece e che la Vecchia sia bruciata.

Così furono rinnovate le nozze, e tutti vissero felici e contenti, in pace e carità reciproca, proprio come i lupi.

Longa la tua,
Curta la mia;
Conta la tua,
Chè la mia xè finìa.