Mi cade l occhio

Mi cade l’occhio

(e anche qualcos’altro)

A proposito di minigonne a scuola, di professori guardoni, di vicepresidi femministe e di armamentario modaiolo giovanile. Dopo più di mezzo secolo si parla ancora di gonne corte, jeans, scarpe da ginnastica, giubbotti di pelle, magliette bianche girocollo a manica corta. Non si esclude un ritorno ai grandi grembiuloni neri che coprivano tutto ma proprio tutto e che all’improvviso si aprivano maliziosamente lasciando intravvedere tutto ma proprio tutto.

1965, Mary Quant nella sua sartoria a Chelsea mla lunghezza di una minigonna.
1965, Mary Quant nella sua sartoria a Chelsea mla lunghezza di una minigonna.

Gli cade l’occhio. A me cade anche qualcos’altro. Mica sempre, s’intende. L’ultima volta è stato l’altro giorno, quando ho sentito dire alla vicepreside di un liceo romano che è meglio che le studentesse non vadano a scuola in minigonna perché ai professori «gli cade l’occhio».

Due cose, soprattutto, mi hanno colpito. La prima: che la vicepreside in questione, nel tentativo (malamente naufragato) di giustificarsi, si sia definita femminista. Credevo si trattasse di una razza (fortunatamente) già estinta. La seconda (e anche questa è roba vecchia): che si parli ancora di quel reperto archeologico che sono le minigonne. Dai tempi di Barbara Mary Quant (Blackheath, 1934), è passato più di mezzo secolo. Per l’esattezza, il suo primo negozietto di minigonne, Bazaar, venne aperto nel 1955.

È curioso come puzzi tremendamente di vecchio l’armamentario modaiolo giovanile prevalente di questi tempi inquieti: ancora minigonne, ancora jeans, ancora scarpe da ginnastica, ancora giubbotti di pelle nera, ancora magliette bianche girocollo manica corta (solo Marlon Brando in Fronte del Porto - 1954 - poteva permetterselo). Curioso che non siano stati capaci di inventarsi qualcosa di nuovo e di diverso. Solo qualche leggera modifica, tipo i jeans strappati (ai miei tempi erano guai se ti procuravi anche solo un taglietto), e le scarpe da ginnastica non più solo bianche ma di tutti i colori, e non più basse ma grosse e tozze.

Non mi ha invece colpito per niente il fatto che ai professori (e forse anche a qualche professoressa), possa cadere l’occhio sulle minigonne delle ragazze. Perfettamente logico, normale, che ai professori (ma mica solo a loro, anche ai ragazzi suppongo, e pure ai bidelli, ne sono certo), cada l’occhio sulle gambette nude delle fanciulle in fiore, specialmente se sono carucce. E magari anche sul pancino, se la maglietta è corta, o sulle tettine, se la maglietta è stretta. Non c’è nulla di male nell’ammirare la bellezza di un corpo giovane. Nel desiderarlo, anche. Ma bisognerebbe saper distinguere. Guardare, e anche desiderare, non vuol dire neanche lontanamente molestare. Né violentare. Non c’è nesso, se non per menti malate, non c’è relazione, non c’entra niente. E sorprende che un’insegnante, una vice preside per lo più, non lo capisca, e impartisca questi insegnamenti.

Detto che sarebbe meglio, per prima cosa, rimandare a scuola gran parte dei nostri docenti, va anche detto che gli studenti di oggi (sia femmine che maschi), non hanno capito – ma probabilmente solo perché nessuno gliel’ha spiegato prima ancora che insegnato – che non si può, e soprattutto non si deve, andare a scuola (ma questo vale anche per chi va in ufficio), vestiti allo stesso modo in cui si va in spiaggia, in discoteca, a spasso, al bar, in pizzeria, o a una festina birichina. Non è la stessa cosa. La scuola è uno di quei luoghi – pochi, per carità – che ha, o meglio dovrebbe avere, una sua sacralità. E quindi bisognerebbe regolarsi di conseguenza. Perché è il luogo sacro del sapere, non della sarabanda. Come parlamenti e tribunali, chiese, ospedali e cimiteri, luoghi di giustizia, di culto e di dolore. Dov’è giusto andare adeguati.

Allora fuori le minigonne dalla scuola? No. Sarebbe idiota. Che i prof (ma anche i bidelli e gli studenti), si godano pure lo spettacolo giovane della bellezza. Il problema non è lo sguardo porcellino del guardone, anche perché in fondo siamo tutti un po’ guardoni, anche se talvolta ci vergogniamo a dirlo. Il problema è la dignità. Di sé stessi innanzitutto. Vale a dire di chi a scuola ci va, studenti, professori e bidelli di ogni sesso. E la dignità del luogo. Della Scuola, scritto con la maiuscola. Allora anche il modo di vestirsi per andare a scuola è giusto che sia dignitoso, meno spavaldo di quando si va in discoteca. Semplicemente più sobrio, detto in una parola sola.

Non serve tornare ai tempi dei grembiuloni che coprivano tutto ma proprio tutto, come amerebbero certi vecchi bigotti reazionari e fascistoidi amatori e celebranti dei bei tempi che furono. Ai miei tempi, le ragazze portavano dei grandi grembiuloni neri che coprivano tutto ma proprio tutto anche al liceo, quando erano già belle grandi e fiorenti. La minigonna la portavano sotto al grembiulone. E ogni tanto, con quella malizia femminile di cui solo loro erano capaci (ma forse non erano femministe) aprivano il grembiulone da un lato mostrandoti sotto al banco le gambette (gambotte, talvolta). Se ti capitava di sfiorarle con la mano sorridevano, non pensavano a uno stupro, ma solo a far ricreazione assieme. Altri tempi.