Les cons

Les cons cinque anni dopo

Un processo monco e tardivo per un orribile eccidio

Mentre a Parigi comincia il processo per i sanguinosi attentati del 2015, il settimanale satirico Charlie Hebdo ripubblica le dodici vignette su Maometto che ne fecero il bersaglio dei terroristi islamici. Dodici furono le vittime nella redazione del giornale, tra cui un agente. Il giorno dopo, altre cinque vittime in un supermercato. Ma è un processo monco e tardivo. I responsabili sono tutti morti o scappati, alla sbarra solo complici di secondo piano. E celebrarlo cinque anni dopo la mattanza è un insulto alle vittime e un’offesa alla giustizia.

Gli imputati del processo visti da François Boucq dal sito charliehebdo.fr
Gli imputati del processo visti da François Boucq dal sito charliehebdo.fr

PARIGI - Maometto, mani sul volto, si dispera. «C’est dur d’etre aimé par des cons», dice. È la vignetta di copertina di Charlie Hebdo, nel giorno in cui a Parigi comincia il processo per gli attentati del 2015. Il settimanale satirico ha deciso – giustamente – di ripubblicare le dodici vignette su Maometto che ne fecero il bersaglio dei terroristi islamici. «Tout ca pour ca», è il titolo, «tutto questo» (inteso quel massacro), «per questo» (cioè questi disegni). La vignetta sui «cons» è di Cabu (Jean Cabut, disegnatore e fumettista), morto nell’attentato. Elegantemente, il Corriere della Sera traduce «cons» con «idioti». Si potrebbe dire anche «stupidi». I francesi quando dicono «cons» intendono «coglioni».

Era il 7 gennaio del 2015, una mattina di vento e sole freddo, quando i fratelli Cherif e Said Kouachi, francesi di origine algerina nati a Parigi, fecero irruzione sparando nella sede di «Charlie», al numero 10 di rue Nicolas-Appert, e uccisero dodici persone, tra cui il direttore Stéphane Charbonnier, il vignettista Georges Wolinski, e l’agente, Frank Bolsonaro, responsabile della sicurezza del giornale. Gridavano: «abbiamo vendicato il profeta Maometto». Il giorno dopo a Montrouge, sud di Parigi, Amedy Coulibaly uccise una poliziotta ventisettenne, Clarissa Jean-Philippe, poi si barricò in un supermercato kosher a Porte de Vincennes dove uccise quattro cittadini francesi di origine ebraica.

Ora alla sbarra non c’è nessuno dei killer. Tre di loro sono morti nell’attentato, uccisi dagli agenti, altri complici sono riusciti a scappare e a far perdere le loro tracce in chissà quali parti del mondo. Sul banco degli imputati, solo comprimari, quattordici, gentucola di secondo piano, che aveva fornito sostegno logistico. Roba da poco. Non è più una storia da prima pagina. L’emozione si è spenta, l’attenzione è calata, molti hanno dimenticato, qualcuno non sa, Charlie Hebdo, dopo il boom di vendite seguito all’attentato, sopravvive oggi a fatica.

E poi il tempo, il tempo che passa fa danni. Cinque anni sono un’eternità. Un insulto alle vittime e un’offesa alla giustizia. Un processo del genere, per un fatto del genere, un Paese giusto e civile avrebbe dovuto farlo non dico il giorno dopo, ma il mese dopo. Non dopo anni a fari spenti.

Infine, Charlie. Non sempre ho condiviso le scelte di quel giornale. Spesso le ho trovate discutibili, sbagliate e fuori luogo, irrispettose e talvolta anche disgustose. Ma ho sempre difeso il suo diritto alla libertà di espressione, la più totale, e anche il diritto alla blasfemia, non risparmiando anche la religione cristiana, quella ebraica e tutte le altre. Anch’io ho gridato «Je suis Charlie» in solidarietà alla vittime e in difesa della libertà. Vorrei vivere in un mondo in cui sia possibile prendere per il culo Maometto così come Gesù Cristo, il Padreterno come la Madonna (non parliamo dello Spirito Santo…), Buddha come Manitou, Yemanjà come Brama Shiva e Vishnu. Senza che nessuno s’incazzi e vada in giro a sparacchiare al prossimo.

Sono benvenuti i musulmani – come tutti gli altri – che vogliono continuare a vivere in Europa. Ma lo saranno nella misura in cui accetteranno e rispetteranno la libertà di pensiero, critica e parola. Capisco che è difficile per chi ha avuto una certa educazione e che pensa di risolvere i problemi con qualche pallottola o con qualche candelotto di dinamite, eliminando chi non la pensa come loro. Già. Chissà se qualcuno di loro, dei fanatici integralisti intendo, si chiederà a cosa è servito quel massacro, e si risponderà che non è servito a niente, proprio a un bel niente. Charlie Hebdo è ancora lì. E non si piega. E continuiamo a pubblicare le vignette su Maometto e a ridere del profeta a crepapelle. Chissà, forse un giorno impareranno. Oui, je suis Charlie.