C'è qualche cosa che non capisco

C’è qualche cosa
che non capisco

Miracoli italiani

Fino a ieri gli italiani (quasi tutti) hanno pianto il morto (ma non nel senso delle vittime) per il coronavirus. Aziende, alberghi, negozi, bar, ristoranti, eccetera: «sono tre mesi che non incassiamo un euro, siamo ridotti in povertà, lo Stato ci deve aiutare». Al primo giorno di libertà, quest’ultimo fine settimana, la resurrezione: alberghi al completo, ristoranti stracolmi, bar presi d’assalto, spiagge affollate, movida scatenata quasi ovunque, da Napoli a Palermo. In centomila sul litorale veneto, e a Venezia i «contaturisti» elettronici posizionati dal Comune hanno rilevato accessi in città «come nel periodo pre-covid». Bella e sacrosanta la voglia di tornare a vivere. Ma non eravamo diventati tutti poveri? O ci prendevate in giro?

La copertina di "Viva l'Italia" di Francesco De Gregori …
La copertina di "Viva l'Italia" di Francesco De Gregori …

C’è qualche cosa che non capisco. Ma dev’essere un problema mio.

Trattasi di chi piange il morto per fregare il vivo. C’era chi piangeva solo una settimana dopo l’arrivo del coronavirus. No, non piangeva per le vittime, che già c’erano (non piangono neanche adesso, se è per quello), piangeva per i mancati incassi di aziende, alberghi, negozi, bar, ristoranti, eccetera. Come se fossero già diventati tutti improvvisamente poveri dopo una (dicesi, una, una sola) settimana di chiusura.

Non ti dico dopo un mese. Tutti ridotti sul lastrico. Aziende, alberghi, negozi, bar, ristoranti, eccetera. E in più tassisti, motoscafisti, bancarellari, gondolieri, venditori di grano per piccioni, partite iva, parrucchieri, estetiste, bagnini, stagionali, prostitute, transessuali, ambulanti, palestranti, giostrai, abusivi di vario tipo, e chi più ne ha più ne metta. Un mese di mancati incassi, un pianto greco generalizzato. Come se non fosse lo stesso quando non incassavano per un mese perché chiudevano di loro spontanea iniziativa per un mese di “meritate” ferie da passare allegramente, col portafogli bene gonfio di bigliettoni, alle Bahamas.

Figurati dopo tre mesi di quarantena. Tutti alla fame. Tutti costretti a chiedere la carità. Aziende, alberghi, negozi, bar, ristoranti e tutta la svariata umanità che ne consegue, tutti in fila a chiedere allo Stato, a esigere quasi, a piagnucolare, a pietire un’elemosina. Nessuno che si chieda come può una grande azienda, un grande albergo, anche un grande negozio o un grande ristorante, esser ridotto al fallimento dopo soli tre mesi di mancati incassi. I casi sono quattro: o si tratta di aziende già decotte e piene di debiti (quindi è salutare che chiudano); o si mangiavano dalla sera alla mattina tutti i soldi che guadagnavano (piuttosto improbabile); o portavano i soldi all’estero (piuttosto probabile); o piangono il morto chiedendo soldi allo Stato, approfittando del coronavirus, pur non avendone bisogno perché hanno molti soldini messi da parte (altamente probabile).

In ogni caso, siamo di fronte a un Paese ridotto alla fame dal virus. Questo ci raccontano. Difatti, lo si è potuto chiaramente constatare in quest’ultimo fine settimana, il primo del “liberi tutti”. Alberghi al completo al mare e in montagna, ristoranti stracolmi, bar presi d’assalto, movida scatenata quasi ovunque. Sul lungomare di Mergellina, a Napoli, s’è fatto baldoria fino alle quattro del mattino. La spiaggia di Mondello, a Palermo, era un carnaio. A Venezia, fino all’altro giorno splendidamente deserta, i “contaturisti” elettronici posizionati dal Comune hanno rilevato accessi in città “come nel periodo pre-covid”: poco meno di centomila turisti, logicamente quasi tutti veneti in questo caso, pensa quando riapriranno le frontiere. E pienone nei parcheggi, code alle biglietterie, vaporetti e ferry-boat stracarichi. Di nuovo l’inferno. Centomila turisti anche sulle spiagge della costa veneziana, da Jesolo a Caorle, file chilometriche di camper grossi e costosi a Cavallino per guadagnarsi l’ingresso in uno dei più prestigiosi villaggi turistici a cinque stelle.

Ma non eravamo diventati tutti poveri?

C’è qualche cosa che non ho capito. Ma no, dai, suvvia, la verità è più semplice, si viaggia sempre a due velocità: più poveri sono diventati solo quei poveretti (e non sono pochi) che non hanno ancora preso il sussidio dello Stato né la cassa integrazione: questo il vero scandalo. Gli altri, tutti gli altri, che sono furbi e sono in maggioranza, e hanno i soldi nascosti in qualche materasso, magari elvetico, se la cavano alla grande, come sempre, andando a spasso per lo spritz con le mascherine griffate in tinta col vestito (le fanno davvero, e al momento, in piazza Mazzini a Jesolo, costano 10 euro).

Va così. In fondo, non siamo l’Austria né la Svezia (e meno male). Siamo pur sempre il Paese di Arlecchino e Pulcinella, che per metà piange e per metà ride. Siamo l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare (come cantava De Gregori). Siamo il Paese dei trentaduemila morti in tre mesi. Vabbè ma erano vecchi. Vabbè ma erano già malati. Tranquilli. Andrà tutto bene.