In ricordo di Juliette

In ricordo di Juliette Greco

Si è spenta a Parigi, a novantatré anni

Se n’è andata Juliette Greco. Aveva 93 anni. Era molto più di una cantante. Era un’epoca. Era la Francia. Una certa idea di Parigi. L’esistenzialismo. La poesia. L’impegno politico. La ribellione. La voglia di vivere. La ricordiamo con il racconto del suo ultimo concerto all’Olympia.

La facciata dell'Olympia di Parigi che annunciava il concerto di Juliette Greco, nel 2014.
La facciata dell'Olympia di Parigi che annunciava il concerto di Juliette Greco, nel 2014.

PARIGI -  Trionfale concerto dedicato a Jacques Brel della musa dell’esistenzialismo, che a ottantasette anni suonati torna sul palcoscenico dell’Olympia dove aveva debuttato in grande stile sessant’anni fa. Standing ovation all’inizio e dieci minuti di applausi alla fine. Un’atmosfera molto intima, solo una fisarmonica e un pianoforte ad accompagnare la sua splendida voce profonda e carnale.

Quando comincia a cantare, con quella voce grave, profonda, carnale, le mani che danzano come farfalle, e la canzone diventa subito teatro, non ti ricordi più quanti anni ha. Perché non ha più alcuna età. Nel fascio di luce calda rimane solo quella voce. Inconfondibile. Rimane la frangetta sugli occhi bistrati, rimane il lungo abito nero con le maniche larghe come aquiloni. Rimangono la musica e le parole di quelle canzoni immortali. La musa dell’esistenzialismo perde d’incanto tutti i suoi anni, volano via come foglie morte.

Ne ha la bellezza di ottantasette, di anni, la divina Juliette Gréco, figlia di un gendarme corso, nata a Montpellier, nel sud della Francia, il 7 febbraio del 1927. Il 16 e il 17 maggio, all’età di 87 anni, 3 mesi e 9 giorni, è tornata in scena per due concerti eccezionali sul palcoscenico dell’Olympia di Parigi, il tempio della canzone francese, un enorme mausoleo di velluti rossi dall’aria vissuta, a sessant’anni esatti dal suo debutto in grande stile, che avvenne proprio lì.

Era infatti il 20 maggio del 1954 quando Juliette, allora appena ventisettenne ma già famosa, cantò per la prima volta nel grande music hall del boulevard des Capucines che Bruno Coquatrix aveva aperto solo tre mesi prima sulle ceneri di un vecchio cinemino. E diede subito scandalo, cantando per la prima volta quella Paris Canaille di Léo Ferré che negli anni si sarebbe cucita addosso come un’altra pelle: Paris marlou, aux yeux de fille, ton air filou, tes vieilles guenilles, et tes gueulantes, accordéon, ca fait pas d’rentes, mais c’est si bon.

Stavolta Juliette Greco canta Jacques Brel. Gréco chante Brel si intitola il concerto, semplicemente, come il titolo del suo ultimo album. È stato un rapporto molto speciale quello che li ha uniti. «Amici per l’eternità» dice Juliette. «Ho conosciuto Brel in un famoso cinema di Pigalle, il Gaumont Palace», racconta la Gréco nella sua autobiografia Je suis faite comme ca pubblicata da Flammarion, e in Italia nel 2012 da Baldini Castoldi Dalai nella bella traduzione di Sara Prencipe.

«Era alto e bello – ricorda – sì, bello, contrariamente a quanto si credeva, o a ciò che dicevano le persone banali. Possedeva una bellezza unica, perché era bello dentro. A quell’epoca, tra una proiezione e l’altra, gli artisti si esibivano davanti allo schermo bianco. Jacques Brel cantava tre canzoni con un piede appoggiato a un piccolo sgabello, poi usciva portandoselo via, accolto da una penosa indifferenza. Tornato dietro al sipario, aspettava un paio d’ore e rientrava in scena alla fine del film. Quando l’ho ascoltato per la prima volta ho provato un’intensa emozione. Ero completamente affascinata dalla sua interpretazione. Lo trovavo davvero straordinario».

Accompagnata dal talentuoso Jean-Louis Matinier alla fisarmonica, e dal fido compositore Gérard Jouannest al pianoforte, che lavorò con Brel, e che da una quarantina d’anni è il suo terzo marito, la Gréco inanella uno dopo l’altro, senza sprecare mai una parola salvo i titoli dei brani e i nomi degli autori, pezzi memorabili come Amsterdam, Bruxelles, Ces gens là, Les vieux, Je suis un soir d’été, Le prochain amour, J’arrive, J’aimais, Le tango funèbre, Fils de, La chanson des vieux amants.

Ma non solo Brel. Juliette è generosa col suo pubblico, e in un’ora e un quarto di concerto si concede anche qualche digressione nei territori di altri autori molto amati, come Brassens, Ferré, Gainsburg, con brani divertenti come Joli Mome, e maliziosi come Déshabillez-moi. Chiude con una versione da brividi di Ne me quitte pas, che lei stravolge rispetto all’interpretazione di Brel: «È una canzone magnifica, ma detesto il modo in cui la cantava. Un uomo respinto supplica la donna che ama di ritornare. Si trascina davanti a lei, perdendo tutta la dignità: sarò l’ombra della tua ombra, l’ombra del tuo cane. Io invece la canto come una minaccia: non lasciarmi. Sono convinta di avere ragione a cantarla in quel modo. Penso che anche Brel sarebbe contento, perché gli piaceva molto il lato cattivo del mio carattere».

Anche il pubblico che riempie l’Olympia è molto contento. Anzi, entusiasta. Non attende la fine del concerto per la standing ovation. La fa prima che cominci, appena Juliette, il passo un poco incerto, appare in scena. Poi sono applausi caldi ad ogni canzone e dieci minuti filati di battimani e chiamate alla fine. È un pubblico vario, di ogni età e condizione sociale, come si diceva un tempo. Ci sono anche molti giovani.

Sentirla cantare sembra che il tempo non sia mai passato. L’emozione è continua. Hai la strana sensazione che lei sia piacevolmente eterna. Me la ricordo uguale quarant’anni fa, all’inizio degli anni Settanta, una sera che la sentii cantare all’Espace Pierre Cardin. Tutto sembra magicamente uguale anche stasera, meravigliosamente conservato. Forse perché Juliette è più di una cantante. È un’epoca. È la Francia. È una certa idea di Parigi. È l’esistenzialismo. È la poesia. È l’impegno politico. È la ribellione. È la voglia di vivere.

«Sono nata libera – scrive – e tutto ciò che ho fatto, o che al contrario non ho voluto fare, mi è stato suggerito dal mio istinto. Senza influenze né manipolazioni esterne. Non ce l’ho con nessuno, nemmeno con me stessa. Ho scelto. Tutto. Gli amici, gli amori e tutto il resto».

Ti siano lievi le stagioni, meravigliosa Juliette. ★

Voto: 10 e lode